"Non riesco a pagarvi" Imprenditore si impicca per salvare l'onore

Si è tolto la vita nella sua azienda in Umbria Un biglietto ai 130 operai: «Vi chiedo scusa»

Il biglietto di addio scritto da Gabriele, 61 anni, imprenditore metalmeccanico, dovrebbero essere letto nelle scuole. Per insegnare agli studenti cos'è la dignità, l'onore e il dolore che si prova quando una voce dannata ti graffia nella mente che sei sul punto di perdere entrambi. Improvvisamente hai paura di guardarti allo specchio e di non riconoscerti più.

Un rischio che Gabriele non voleva - non poteva - correre: onore e dignità erano rimasti il suo unico «capitale sociale», dopo che le banche (col tempismo tipico di chi smette di aiutare una persone proprio nel momento in cui ne avrebbe più bisogno) avevano deciso di non fargli più credito.

Gabriele doveva pagare gli stipendi agli operai. I soldi erano finiti. E lui si è sentito disperato. Così ha deciso di farla finita, togliendosi la vita nel luogo che era la sua vita: l'azienda. .

Un dipendente lo ha trovato lì, impiccato nello stabilimento di Umbertide (Perugia). Un biglietto per i dipendenti: «Vi chiedo scusa, ma non posso più pagarvi. Perdonatemi».

Gabriele aveva certamente commesso degli errori, ma nel mondo dell'imprenditoria gli errori li commettono solo quelli che hanno il coraggio di investire. E Gabriele questo coraggio l'aveva sempre avuto, rimettendo «in circolo» i ricavi.

Negli ultimi tempi però qualcosa era andato storto e la situazione finanziaria era diventata difficile. Gabriele non si era mai sentito il «padrone», ma una delle 130 tute blu che lavoravano per lui, con lui. Per questo il senso di colpa era aumentato a dismisura.

A salvarlo, forse, sarebbe bastata la parola di conforto di un amico, invece gli operai avevano annunciato uno sciopero: parola che per Gabriele è diventata un tarlo, sinonimo di fallimento umano ed imprenditoriale. Allora, meglio stringersi una corda al collo.

Una scelta terribile che in tempi di crisi hanno fatto decine di suoi colleghi: parliamo di piccoli e medi imprenditori, artigiani, di quelli cioè per i quali la fabbrica è una prosecuzione della famiglia, esattamente come il capannone è l'appendice della casa. Contesti tra affetto e lavoro, dove ci si dà tutti del tu e ci si chiama col soprannome. Microcosmi da proteggere dai colpi bassi di tasse, imposte, debiti, sequestri, pignoramenti e - paradossalmente - perfino da chi ti è debitore ma non ti paga o ti paga in enorme ritardo. Spesso tra questi ultimi spicca, vergognosamente, lo Stato: uno Stato che esige di essere pagato puntualmente dai cittadini, ma che, quando è lui a dover mettere mano al portafoglio, si trasforma in un «traccheggiatore» professionista. In molti si sono ammazzati perché, nell'attesa dei soldi che gli spettavano, l'azienda è andata a rotoli.

C'è anche chi si è ucciso per un debito di poche centinaia di euro. «Lo Stato dovrebbe vergognarsi. Gli imprenditori che pensano di togliersi la vita mi guardino, sono disperata, non fatelo, pensate al dolore delle vostre famiglie». Sono le parole strazianti di Tiziana, moglie di Giuseppe, l'uomo che dette fuoco il 28 marzo del 2012 davanti all'Agenzia delle entrate di Bologna.

Ma la Spoon River dei piccoli imprenditori (quello grandi cadono sempre in piedi e le banche non smettono mai di foraggiarli anche se si sono macchiati delle peggiori nefandezze) è disseminata di suicidi che sono terribili atti di accusa.

Negli ultimi 10 anni in 35 si sono uccisi come ha fatto ieri Gabriele. Per salvare onore e dignità. E non morire, ogni giorno, di vergogna.