"Non sono criminale di guerra". Suicidio in diretta con il veleno

Slobodan Praljak condannato per il genocidio di Mostar Il generale croato si ammazza davanti alle telecamere

Alto, imponente, catafratto in un impeccabile doppiopetto scuro, barba e capelli bianchi, il volto congestionato da una rabbia incontenibile mentre urla ai suoi giudici: «Io non sono un criminale. E questa non è giustizia». Poi quel gesto fulmineo, catturato dalla telecamera che trasmette la morte in diretta. Una boccetta di veleno, una fialetta marrone che spunta fra le dita della mano destra che l'uomo porta rapido alla bocca, senza riuscire a nascondere una smorfia di disgusto quando il liquido (cianuro?) gli deflagra sulla lingua. Se avesse avuto una pistola, il generale Praljak si sarebbe sparato alla tempia. Così avrebbe fatto una volta «un vero soldato» di fronte a una non altrimenti risolvibile questione d'onore. Ma anche così, con il suo plateale suicidio in diretta, il soldato Praljak ha avuto la morte da esteta che voleva. Perché questa, per il soldato Praljak, non era giustizia. Ma un intollerabile affronto al suo onore e alle sue «ragioni» di soldato che aveva servito lealmente e con onore il suo Paese. Lo stesso sentimento che indusse due altri condannati dal Tribunale a impiccarsi nelle loro celle: Slavko Dogmanovic, nel 1998, e Milan Babic, undici anni fa.

Così è morto Slobodan Praljak, uno dei sei ex leader politici e militari croati bosniaci comparso davanti alla Corte per il processo di appello contro i crimini di guerra che si stava svolgendo all'Aja. Ci sarà tempo per sapere come abbia fatto quella boccetta a entrare nel supercarcere che a suo tempo ospitò anche il leader serbo Slobodan Milosevic, il generale Ratko Mladic e Radovan Karadzic, il trio che affogò l'ex Jugoslavia nel sangue. Ma non è questo il punto. Una fialetta, ci vuol niente a farla passare tra le maglie della security.

L'uomo era stato condannato a 20 anni di prigione nel 2013 per i crimini compiuti durante la sanguinosa battaglia di Mostar. E ieri, i giudici del Tribunale penale internazionale dell'Aja avevano appena ribadito, in appello, il verdetto di primo grado.

Col generale Praljak altri cinque imputati sono comparsi a giudizio. Gli altri sono Jadranko Prlic, Bruno Stojic, Milivoj Petkovic, Valentin Coric e Berislav Puic. Per essi, il Tribunale ha stabilito pene varianti dai 10 ai 25 anni. Del sestetto, il generale Praljak era la figura più in vista. Era stato lui, infatti, a fare da ponte tra il governo di Zagabria e quello della Herzeg-Bosnia, svolgendo il duplice ruolo di ufficiale del Ministero della Difesa croato e, allo stesso tempo, di comandante dell'Esercito della Herzeg-Bosnia. Lui il principale responsabile della distruzione, nel novembre del 1993, del Ponte vecchio, lo Stari Most simbolo plurisecolare della città di Mostar e della pacifica convivenza tra cristiani e musulmani.

Ieri, prima che il presidente del Tribunale dichiarasse sospesa l'udienza, i giudici avevano ribadito anche la colpevolezza dell'ex presidente croato Franjo Tudjman nella immane catastrofe in cui sprofondò la Jugoslavia. Fu lui infatti, insieme con i vertici croato-bosniaci, ad architettare la nascita di una entità croata in Bosnia Erzegovina durante la guerra degli anni Novanta. Esattamente come aveva fatto Milosevic col suo progetto della «Grande Serbia».

Quella di ieri è stata l'ultima sentenza da parte del Tribunale penale internazionale per la Ex Jugoslavia, che chiuderà i battenti il mese prossimo, dopo 24 anni di attività. Ma era destino che si chiudesse con un episodio tragico, che alimenterà i mai sopiti rancori dei nazionalisti più efferati.