La norvegese costretta a diventare rifugiata in Ue per non perdere la bimba

Quando uno immagina un rifugiato nell'Unione Europea, pensa a un siriano o a un libico. Di certo non a una donna norvegese. Eppure accade: in particolare a Silje Garmo, 37 anni, che ha questo record: è la prima cittadina del paese dei fiordi ad aver ottenuto lo status di rifugiata in Polonia. La storia di Silje è quella di una maternità minacciata. La donna, madre della piccola Eira, di quasi due anni, era stata accusata dall'ex compagno e padre della sua figlia più grande, che ha 13 anni, di fare uso esagerato di antidolorifici e di condurre una vita caotica. L'uomo ha fatto intervenire i servizi sociali norvegesi, il famigerato Barnevernet, l'agenzia che in Norvegia, si occupa della protezione dei minori e nota per la facilità e la spietatezza con cui toglie ai figli ai genitori e che è spesso nel mirino di associazione per la difesa dei diritti umani. «Una volta che loro si mettono in moro non si fermano più - ha detto la donna al giornale polacco Super Express -. Ti tolgono i figli anche se non c'è uno straccio di prova e senza un ordine del giudice». Così la donna nel maggio del 2017 si è trasferita a Varsavia con la figlia più piccola, temendo che le venisse tolta. E ha presentato domanda di riconoscimento dello status di rifugiata. «I funzionari erano attoniti - ha raccontato la donna - mi hanno chiesto più volte di ripetere il paese di provenienza. Non ci potevano credere che fossi norvegese». La donna ha ottenuto il via libera anche grazie all'intervento del primo ministro polacco Mateusz Morawiecki e del ministero degli Esteri di Varsavia, secondo il quale «sono state prese in considerazione le garanzie costituzionali per la protezione della maternità, della paternità e della vita familiare».