Le mie notti davanti alla scuola assediata da sirene e sassate

Da lì uscivano decine di sagome avvolte dai lenzuoli, tra urla, insulti e spintoni

Suonavano sempre le ambulanze a Genova. Era l'ultima vibrazione che arrivava dalle finestre prima di addormentarsi. Ma quella notte martellavano di più. Era mezzanotte, e la città sanguinava come un corpo torturato. Le strade di molti quartieri limitrofi al centro erano ricoperte di cassonetti rovesciati e bruciati, di vetri esplosi da negozi presi a sprangate. Distese di pietre utilizzate per la battaglia erano sparse davanti agli ingressi delle case, una grandine di lacrimogeni rotolava sui marciapiedi a ogni passaggio di un mezzo di polizia, colonne di fumo ancora si alzavano sulla salita da piazzale Kennedy lungo il mare.

Genova era senza respiro quella sera, perché gli scontri tra polizia e manifestanti nel secondo giorno del G8 si erano conclusi ancora con una razzia e con devastanti cariche degli agenti. Non era bastato il corpo senza vita in una pozza di sangue ricoperto da un lenzuolo, il corpo di Carlo Giuliani. Quella morte non era riuscita a mettere insieme nessuno. Era stata la miccia di un nuovo odio. Il 21 luglio del 2001 era diventato il momento della vendetta, da entrambe le parti. La parte pacifica del corteo era stata invaso e sfondata da furiosi vestiti di nero, i black block armati di pietre, accompagnati da seguaci attratti dalla violenza, venuti a Genova solo per maledire, distruggere colpire, e inesperti e livorosi poliziotti quasi coetanei incapaci di gestire e di fare differenze tra i buoni e i cattivi.

Genova non era una città per buoni in quei giorni. E non lo era nemmeno quella notte del 21 luglio di ambulanze impazzite. Suonavano troppo, anche se era così tardi. Come se annunciassero un altro morto, ancora. Bisognava sempre correre, in quella città. Per evitare i lanci imprevisti di sassi, per non essere risucchiati e schiacciati dal fronte della battaglia. L'istinto ordinava di correre, di nuovo, anche se era così tardi, verso il posto da cui proveniva il suono.

Arrivava da una scuola dove alloggiavano alcuni manifestanti vicini a uno dei leader della protesta, Vittorio Agnoletto, di fronte al quartier generale dell'organizzazione del Genoa Social Forum. Alcune persone si erano già radunate intorno al cancello, e una fila di ambulanze era in attesa con i portelloni spalancati. Erano tantissime. Nella luce al neon dei mezzi iniziarono a vedersi sagome avvolte in lenzuoli e barelle improvvisate, portate a peso fuori dalla scuola. Una, tre, cinque, dieci, venti, sembrava non finissero mai. Dentro c'erano giovani sanguinanti, e altrettanto giovani poliziotti vigilavano che nessuno entrasse all'interno. Quella era l'immagine di quella notte, insieme alla calca di persone che continuavano ad arrivare, tutti schiacciati tra la strada e il cancello, a guardare i corpi nei lenzuoli che continuavano a passare. E poi c'era chi urlava, imprecava contro la polizia, spingeva per entrare oltre quella nuova zona rossa creata di notte dentro una scuola.

Il blitz fu condotto da oltre trecento uomini, le persone ferite furono 82, 63 furono portate all'ospedale. Il giornalista inglese che alloggiava alla Diaz, Mark Covell, venne colpito così duramente da entrare in coma, mentre per altri tre la prognosi fu definita riservata. Le prime voci fatte filtrare dalle forze di polizia furono che all'interno della scuola i manifestanti conservavano armi: bastoni e molotov. Le indagini accertarono successivamente che le presunte armi sarebbero state portate all'interno da alcuni agenti. Ma neanche quei feriti fermarono la spirale di Genova, che proseguì con gli interrogatori-torture nella caserma di Bolzaneto. Furono giorni di odio dal primo all'ultimo, che cambiarono per sempre le tecniche di gestione dell'ordine pubblico in Italia.