Quella notte ad Atlanta l'America fece pace con la propria coscienza

Quando accese il tripode alle Olimpiadi del '96 era già ammalato e commosse il mondo. Gli Usa scoprirono di amare l'uomo che disertò la guerra, si convertì all'islam, marciava con Malcolm X e difendeva i veri ideali di una nazione

La libertà non è mai gratis. I pugni li prendi, vai al tappeto, ti rialzi, e speri che arrivi un'altra opportunità. Questo, dicono, sia il sogno americano. Muhammad Ali lo ha interpretato come pochi ma per farlo ha dovuto prendere a pugni l'America. Contro: mettendoci la faccia, la bocca, il nome, la grandezza, i sogni. «Dentro un ring o fuori non c'è niente di male a cadere. È sbagliato rimanere a terra». Lo hanno punito e buttato giù, ma si è sempre rialzato.

Quel giorno fece pace con l'America. È il 9 giugno 1996. Il cielo di Atlanta è buio Coca-Cola. Sono le Olimpiadi, quelle del centenario. Toccherebbero ad Atene, ma gli sponsor pesano di più. Il nome dell'ultimo tedoforo è rimasto segreto. Il pubblico non sa chi sarà l'atleta che accenderà il braciere. La penultima è una ragazza dal viso dolce e le braccia forti. È Janet Evans, quattro medaglie d'oro nel nuoto tra 400, 800 e 1500 stile libero. Quando passa la fiaccola si vede un'ombra che si illumina. È lui, ma molti faticano a riconoscerlo. È pesante, si muove a fatica, come una farfalla che si spegne nella notte. Ma quella notte durerà altri vent'anni. Il braccio sinistro trema, la mano destra sembra non reggere la torcia, solo lo sguardo non cambia. È dritto, lontano, fiero, orgoglioso. È lo sguardo del più grande. C'è un silenzio sacro, maestoso, neppure un singulto o un sospiro, si vedono solo le lacrime di un intero stadio luccicare come una costellazione di stelle. L'America intera questa volta si è innamorata di lui, senza pregiudizi, senza rabbia, senza sentirsi indignata davanti a questo semidio che ha stravolto lo spirito dei tempi, danzando come nessun altro con la forza apollinea dei pugni e delle parole. Nessuno come lui. «Impossibile è solo una parola pronunciata da piccoli uomini che trovano più facile vivere nel mondo che gli è stato dato, piuttosto che cercare di cambiarlo. Impossibile non è un dato di fatto, è un'opinione. Impossibile non è una regola, è una sfida. Impossibile non è uguale per tutti. Impossibile non è per sempre». Muhammad Ali, nato Cassius Marcellus Clay Jr, nome da schiavo, ha vinto. Ha pagato un prezzo. Non si è accontentato di essere un eroe muto. Si è fatto uomo, con tutto quello che questo significa. Ha detto no. Ha detto no alla guerra del Vietnam: nessun vietcong mi ha mai chiamato negro. Ha buttato nel fiume Ohio, dalle parti di Louisville, Kentucky, la medaglia d'oro vinta a Roma nel '60. Gli hanno strappato la corona dei massimi. Lo hanno squalificato per tre anni e mezzo. Quando torna sul ring ha 30 anni. Non è più veloce come una volta. Non può più rendersi invisibile. Allora deve inventarsi una nuova strategia. La parola è costretta a incarnarsi. Impara a incassare. A prendere pugni. È quello che accade a Kinshasa contro Foreman. Lo sconfigge stancandolo. Prende tante di quelle botte e le sue mani tremano. Ha già un principio di Parkinson.

Non c'è confine tra la vita e il ring. Ali butta giù la quarta parete. Il suo modo di combattere è lo stesso. Il nero per l'America è un uomo invisibile. Non ha volto. Non esiste. Ma l'invisibilità sul ring è la forza del «più grande». La fragilità diventa la sua danza. Clay non è più un corpo. Clay è una voce. Una voce che non smette più di parlare. Una voce non puoi afferrarla. La voce ti sfida. Ti dice: voi non mi vedete, ma io esisto. E non solo esisto. Sono il più forte, il migliore. Sono il più bello. E le vostre donne mi guardano. Ti costringe a fare i conti con lui. Ma Clay allo stesso tempo non è più Clay. È altro. È Alì. È il viaggio a Detroit per raccontarsi davanti a Malcom X. Non ha ancora battutto Sonny Liston ma qualcosa in lui già sa di leggenda. Quando i Beatles sbarcano in America si fanno fotografare insieme a lui in una palestra sulla Quinta strada di Miami Beach. Ha 22 anni e lo danno sconfitto sette a uno. Naturalmente vince. Conquista il mondiale e il giorno dopo rivendica la sua fede musulmana. È il 25 febbraio 1964.

Quello che farà da lì in poi sarà combattere ovunque per i diritti individuali. Il campione che turba le coscienze in realtà sta predicando i valori dell'America, quelli della dichiarazione d'indipendenza e della Costituzione. Per capirlo bisogna di nuovo ricorrere alla sua boxe e alla regola d'oro della distanza: non permetterò a nessuno di avvicinarsi a me.

Clay non scappa. Appare e scompare. Tiene lontano i pugni ma senza coprirsi, perché difendersi non serve a nulla. La guardia bassa invece ti costringe ad avere due corpi. Non mi colpirete. Non mi prenderete. Non mi farete del male. Quella notte ad Atlanta, con le braccia dell'uomo che resistono al Parkinson, l'America fece pace con se stessa. Quella notte non ebbe paura del nero.