Nuove voci su Walesa: «Spiava per i comunisti»

Trovate carte sospette in casa dell'ultimo premier filosovietico Lui: «Trent'anni di bugie»

Luciano GulliVe lo ricordate Lech Walesa, il mitico sindacalista di Solidarnosc? Dico il baffuto e molto cattolico elettricista di Danzica carico di figli, poi presidente, addirittura? Quello che in combutta con papa Wojtyla, dài e dài, firmò il certificato di morte del comunismo in Polonia spargendo il contagio fino a Mosca? Bene. Vergogna e vituperio su di lui, e robusti anatemi dal Cielo, se fosse vera l'accusa che ieri è tornata a piovergli sul capo: quella di essere stato lui, l'eroe dell'indipendenza polacca dal giogo del regime - un Giuda; un collaborazionista di Mosca, addirittura, dal 1972 al 1976.Possibile, direte? Sta di fatto che martedì mattina, durante una perquisizione nella casa della vedova del generale Czeslaw Kiszczak, l'ultimo ministro degli Interni del regime comunista, morto nel novembre dell'anno scorso, sono saltati fuori certi documenti. A sputtanare Walesa sarebbe un appunto autografo dell'impronunciabile generale Kiszczak, secondo il quale «Bolek è Walesa». Dove il Bolek in questione sarebbe stato il nome in codice del nostro, una specie di «amico del giaguaro» che informava i servizi di Mosca dall'interno della rivoluzione. Storia non nuovissima, si dirà. Per anni, in Polonia, il verme del sospetto ha gettato la sua ombra sul premio Nobel per la Pace, oggi settantaduenne. Una «diceria dell'untore» che oggi registra la conferma dei servizi segreti polacchi, secondo i quali la carta che scotta trovata a casa del generale con più consonanti che vocali sarebbe «autentica». Non solo una lettera, corredata da alcune fotografie compromettenti. Ma anche la trascrizione di una conversazione, datata 1974, tra l'agente Bolek e un agente russo firmata, a quanto pare, dallo stesso Walesa.Tutte menzogne, riassume dal Venezuela, dove si trova in visita, l'ex presidente. La sua verità lui, Walesa, la raccontò già otto anni fa, quando spuntò una sorta di «lettera d'incarico» datata 1974. Una sorta di «dichiarazione di lealtà» al regime che tutti, se volevano lavorare e risparmiarsi rogne, si giustificò lui, dovevano firmare. Come si usava al tempo dei gulag, della Gestapo e in misura più morbida anche in Italia, quando c'era «lui». Ci sarebbe voluto un eroe; un premio Nobel, non so, per resistere a quelle formidabili pressioni. Ma Walesa, a quel tempo, già teneva famiglia A dare man forte al fondatore di Solidarnosc è sceso in campo il suo primogenito, il quarantenne Jaroslaw, oggi eurodeputato. Documenti «nulli», li definisce Jaroslaw Walesa, denunciando un complotto politico vecchio di più di trent'anni. Dai tempi in cui l'SB, il servizio segreto polacco, produsse carte false tese a impedire che nel 1983 fosse assegnato a suo padre il Nobel per la Pace. Accuse, ha ricordato il figlio del vecchio sindacalista, smontate nel 2000 da un tribunale e cancellate dal conferimento ufficiale dello status di «vittima» del regime comunista.A chi credere, dunque? Resta il fatto, e anche questo va ricordato, che le accuse di doppiogiochismo rivolte al vecchio Walesa - l'uomo unto dal Papa santo - cadono in un momento politicamente rovente per la Polonia. Con la destra ultraconservatrice e nostalgica al potere che punta a dinamitare il mito di Solidarnosc e il partito di centro accusandoli di essere andati a braccetto col partito comunista, quando i «cani di Pavlov» di Varsavia rispondevano scattando sugli attenti agli ordini di Mosca. Ma come non ricordare, a proposito dell'eroe di Solidarnosc, che una bugia, a furia di essere ripetuta, finisce per apparire più vera della verità?