Nuovo «buco» da 1,6 miliardi per Etruria & C.

Ubi offre un euro per le tre banche ponte ma va ripagato il prestito garantito dalla Cdp

Ubi Banca si porta a casa tre della quattro nuove banche salvate dal governo Renzi nel 2015 per meno di un caffè. Mentre il mercato brinda all'operazione (il titolo ha chiuso la seduta in rialzo del 9,1%), non manca chi fa i conti con l'ennesimo «buco» lasciato in eredità dalla precedente legislatura.

La proposta vincolante presentata dal gruppo di Victor Massiah per l'acquisto delle nuove Banca Marche, Popolare dell'Etruria e CariChieti è stata infatti effettuata a 1 euro, oltre alla promessa di un aumento di capitale da 400 milioni, da lanciarsi «il prima possibile», a sostengo del matrimonio. Quella di Ubi è stata la sola offerta ricevuta dal Fondo di Risoluzione bancaria, subentrato nella gestione del risanamento degli istituti a fine 2015 ed è valida fino il 18 gennaio.

Massiah, nel corso della presentazione agli analisti si è detto «ottimista» sull'esito dell'accordo, tanto più che le diverse autorità, Bce compresa, sono state tenute aggiornate delle lunghe trattative. Happy end? Dipende dai punti di vista. Per Ubi probabilmente sì, visto che le tre banche dovrebbero raggiungere il livello di pareggio entro il 2018, per poi iniziare a dare un contributo positivo ai conti del gruppo. Il polo finanziario prevede di raggiungere, grazie all'integrazione delle tre realtà, un utile netto 2020 di 1,2 miliardi, 300 milioni in più rispetto alla precedente previsione. Nessun problema poi per quanto riguarda la patrimonializzazione o la retribuzione degli azionisti. Il manager ha infatti confermato che, sul 2016, sarà pagato un dividendo quanto meno in linea con quello versato sull'esercizio precedente. In questo roseo scenario è bene però ricordare che i costi del risanamento iniziato nel 2015 e non ancora finito, continuano a lievitare. E ciò nonostante le parole di Massiah che ha preso le distanze dall'idea di salvataggio sottolineando, di contro, come l'operazione rappresenti «un deal», ovvero un affare, per Ubi. La vendita delle tre banche a un euro significa che, nelle casse del Fondo, non entreranno risorse per ripagare il prestito ponte da 1,6 miliardi rilasciato, oltre un anno fa, da un pool di banche (Ubi compresa) e garantito dalla Cassa Depositi e Prestiti.

Il finanziamento va in scadenza a fine maggio. È difficile tuttavia che il Fondo riesca a raccogliere, in questi mesi, quanto necessario con la cessione degli asset rimasti, compresa CariFerrara promessa sposa a Bper. Finora il salvataggio delle quattro banche è costato finora al Paese poco meno di 9 miliardi e, nonostante le incoraggianti previsioni iniziali, nulla è rientrato dalle cessioni. Anzi, il conto è destinato a salire. Ubi infatti ha sottoposto l'operazione ad alcune condizioni vincolanti tra cui la richiesta che, prima della chiusura del contratto, il Fondo di Risoluzione si impegni a ricapitalizzare le tre banche per 450 milioni. Le tre «good bank» dovranno poi cedere 2,2 miliardi dei nuovi crediti deteriorati lordi al Fondo Atlante.