Obama, addio e orgoglio Ma l'America è ferita

Discorso di commiato a Chicago, dove l'avventura iniziò «Vi chiedo di impegnarvi ancora per il cambiamento»

È un clima di forte commozione quello con cui si abbassa il sipario sul 44esimo presidente degli Stati Uniti: Barack Obama è tornato tra la gente nella sua Chicago, la città dove è partita la sua avventura politica, per il discorso di addio alla Casa Bianca. Un discorso che conclude con lo stesso slogan che lo ha accompagnato nella storica cavalcata verso Pennsylvania Avenue nel 2008. «Yes we can», dice ad un pubblico in delirio che invoca «four more years», altri quattro anni.

«Yes we can», ripete Obama, ma anche «yes we did», perché «oggi l'America è un posto migliore e più forte». «L'eccezionalità dell'America è nel cambiamento, e noi lo abbiamo fatto», rivendica con forza, citando due esempi su tutti, la legalizzazione delle nozze gay e il salvataggio dell'industria dell'auto, che dopo la crisi del 2008 era sull'orlo della bancarotta. L'elenco dei traguardi raggiunti negli otto anni da Commander in Chief non è però il cuore del suo discorso, incentrato invece su quei valori che rendono grandi gli Usa, anche se il progresso non è stato uniforme: «Ogni due passi in avanti, spesso facciamo un passo indietro. Ma il lungo cammino dell'America è stato definito dal movimento in avanti». Obama non cita Trump, se non per dire che farà di tutto per agevolare la transizione con il suo successore, proprio come George W. Bush fece con lui. Spiega che il futuro del Paese dipende dalla salvaguardia di quei principi di libertà, uguaglianza, democrazia che furono dei padri fondatori, e che in questa fase soprattutto la minaccia del terrorismo rischia di intaccare. Poi sottolinea che non accetterà mai qualunque discriminazione contro i musulmani in America: «Anche perché l'Isis sarà sconfitto solo se non prevarrà la paura e non tradiremo i nostri principii».

«Abbiamo ucciso centinaia di terroristi, compreso Bin Laden, la coalizione ha recuperato metà del territorio che l'Isis controllava - continua - il Califfato sarà distrutto e non minaccerà più l'America». Quindi, lancia un messaggio fondamentale: è una minaccia dare la democrazia per scontata, poiché in quel caso è in pericolo, «dobbiamo rendere più facile e non più arduo votare, ridurre l'influenza dei soldi in politica, chiedere trasparenza e comportamenti etici». E sul fronte delle discriminazioni razziali avverte che «bisogna fare di più, le leggi non bastano. Devono cambiare i cuori».

Il presidente uscente parla anche dei cambiamenti climatici, e con una stoccata al successore dice che negarli «sarebbe tradire le generazioni future e lo spirito del Paese». Infine lancia un monito a non trasformare gli Usa nella direzione seguita da altre potenze che definisce rivali, la Russia e la Cina, Stati che «non possono eguagliare la nostra influenza nel mondo, a meno che non siamo noi a mollare quello in cui crediamo e ci trasformiamo in un altro grande Paese che fa il prepotente con i vicini più piccoli».

Obama lascia sicuramente una nazione più forte dal punto di vista economico, che ha superato la peggiore crisi da quella del 1929, e con la disoccupazione che ora è ai minimi storici, ma lascia anche un Paese fortemente diviso. Lui, però, si rivolge al popolo a stelle e strisce, e a loro chiede un'ultima cosa da presidente: «Continuate a credere, non in me ma in voi. Mi avete reso un presidente migliore, un uomo migliore». Quello che parla dal McCormick Place Convention Center, davanti a ventimila sostenitori, è un Barack Obama emozionato, e il momento più toccante è l'omaggio alla first lady Michelle e alle figlie Sasha e Malia. «Ragazza del South Side, da 25 anni non sei solo mia moglie e la madre delle mie figlie, ma la mia migliore amica - afferma senza trattenere le lacrime -. Ti sei assunta un ruolo che non avevi chiesto e lo hai fatto tuo, con grazia e con stile. Hai reso la Casa Bianca la casa di tutti. Mi hai reso orgoglioso, e hai reso orgogliosa l'America». E poi, mentre il pubblico riserva a Michelle un'ovazione, continua: «Malia e Sasha, siete diventate due incredibili giovani donne. Di tutto quello che ho fatto nella vita, la cosa di cui sono più orgoglioso è essere vostro padre». Sul palco alla fine ci sono anche loro (manca solo Sasha, rimasta a Washington perché aveva un compito in classe), così come l'amico e vice presidente Joe Biden con la moglie Jill, che ringrazia calorosamente, proprio come nel 2008.

Tra una settimana e poco più Barack Obama tornerà ad essere un normale cittadino, ma assicura che continuerà a combattere per i valori in cui crede: «È stato un onore servire gli americani, non mi fermerò. Continuerò a farlo per il resto dei miei giorni».

Commenti

dagoleo

Gio, 12/01/2017 - 12:50

Obama ha creato l'Isis con il ritiro senza senso dall'Iraq che lui aveva imposto. Ha lasciato spazio a quei criminali foraggiati peraltro dagli stessi stati canaglia che foraggiano lui e la Clinton (Arabia e Qatar). Sotto gli abiti di Obama si nasconde un coccodrillo rettiliano (e quelle lacrimucce tenere sono ben poco credibili). Vattene via e presto che danni ne hai fatti abbastanza.