Occhi nel vuoto e carezze: "Aiutateci a ricominciare"

Il dolore della mamma di Giulia e del papà di Marisol. Il vescovo: "Ricostruiremo insieme le case e le chiese"

nostro inviato a Ascoli Piceno

«Perché perché perché perché». È un mantra sussurrato quello della donna con gli occhi bagnati ma che sembra aver finito persino le lacrime. È appoggiata al marito, nella palestra comunale di Ascoli Piceno dove il vescovo, Giovanni D'Ercole, celebra le esequie per le 35 bare allineate davanti a lui.

Siamo a due passi dall'ospedale dove molti dei feriti sopravvissuti al sisma che ha cancellato Pescara del Tronto e distrutto Arquata sono ancora ricoverati. Qualcuno però è venuto qui. Come il papà di Marisol, la bambina di 18 mesi morta ad Arquata. Lui, Massimiliano Piermarini, in sedia a rotelle e flebo al braccio piange e sfiora la foto della bimba, mentre i familiari tentano di consolarlo. Fa tanto caldo nella improvvisata e affollatissima chiesa. «Ora devono aiutarci, quei signori ora ripartono, ma devono ricordarsi di noi», spiega Rita, che a Pescara del Tronto ha perso una cugina, asciugandosi le lacrime e il sudore con un grande fazzoletto bianco. «Due paesi che quasi non esistono più, e tocca a loro metterci nelle condizioni di ricominciare», aggiunge.

Ricominciare, dunque, facendosi carico della propria parte. Sembra difficile persino al vescovo, che parla di dolore, di persone «derubate» proprio della speranza. Ma poi il prelato prova a far entrare in palestra un po' del sole che batte forte all'esterno. «Non abbiate paura di gridare la vostra sofferenza - dice - ma non perdete coraggio. Insieme ricostruiremo le nostre case e chiese, insieme ridaremo vita alle nostre comunità, a partire proprio dalle nostre tradizioni e dalle macerie della morte». L'altra bara bianca oltre a quella di Marisol è di Giulia, la sorella grande di Giorgia, sopravvissuta per miracolo a ore di angoscia sotto le macerie, e ancora in ospedale ieri, giorno del suo compleanno. «Mamma ti ama», dice la madre a quella piccola bara coperta di fiori bianchi, baciando la foto della ragazzina. Anche la donna è ferita, in barella, ma non poteva e non voleva mancare all'addio della sua primogenita, una delle 291 vittime.

Un'altra donna accarezza gli scout che stanno portando fuori la bara della mamma. «Lei sarebbe felice di sapere che la accompagnate voi», dice ai ragazzi, riuscendo persino a sorridere, tra le lacrime.

Pianti e dolore anche in un'altra famiglia, raccolta intorno a una bara. «Era vivo, sembrava che il peggio fosse passato dopo averlo tirato fuori di lì», spiegano. Ma purtroppo «le cose sono precipitate, è stato sempre peggio, poi se n'è andato».

Una vittima della terribile sindrome da schiacciamento. Poi c'è Patrizia Marano, che nemmeno si muove. Non piange un morto, ma quattro: marito, figlio e i suoi genitori. Sguardo fisso nel vuoto, occhi umidi, una giovane familiare accanto a lei, per non farla sentire sola.

Anche Renzi e Mattarella toccano con mano quel dolore, e quella voglia di ricominciare. Perché tra tante teste che bagnano di pianto le giacche del premier e del presidente della Repubblica, ci sono anche le voci, quelle che chiedono ai vertici delle istituzioni di non sparire dopo questo triste rito, di ricordarsi che tanto, tantissimo, c'è ancora da fare per uscire dall'emergenza, per provare, come dice il vescovo, a risorgere, e ricominciare a far vivere queste comunità ferite e decimate.

«Non siete soli», ripete Renzi, «noi vi aiuteremo». Vicino a lui la moglie Agnese, anche lei provata al punto di non riuscire a tenere le lacrime. Anche per questo le tante promesse di oggi la gente di qui non le dimenticherà. «Ricordati di Ascoli», grida qualcuno mentre il premier lascia la chiesa.