Ocse e Fmi sbugiardano Renzi: in Italia vola il costo del lavoro

Lo studio: siamo terzi dopo Belgio e Francia per cuneo fiscale, al fisco il 49% del reddito dei single Per il Fondo monetario «debito elevato e crescita lenta». Renzi minimizza: «I conti si fanno alla fine»

Giornate difficili per il governo Renzi sul fronte delle previsioni economiche, ma anche su quello degli indicatori che dovrebbero registrare i risultati della sua azione di governo. Ieri il Fondo monetario internazionale ha tagliato le stime sul Pil italiano, lanciando l'allarme debito pubblico. Un ulteriore colpo al Def appena approvato.

L'Ocse si è invece concentrato su quello che dovrebbe essere uno dei capisaldi dell'azione dell'esecutivo in carica, cioè la riduzione del costo del lavoro. L'Organizzazione di Parigi nel rapporto Taxing Wages ha calcolato che il cuneo fiscale, cioè la differenza tra il costo del lavoro per il datore e quanto il dipendente mette effettivamente in tasca, tra il 2014 e il 2015 è salito dello 0,76%, attestandosi al 48,96% per un lavoratore medio single senza figli. È il quinto cuneo fiscale più alto tra i 34 paesi dell'area Ocse, dopo il Belgio (55,3%, -0,28%), l'Austria (49,5%, +0,09%), la Germania (49,4%, +0,18%) e l'Ungheria (49,03%, nessuna variazione).

L'Italia registra uno degli aumenti più significativi. Preoccupante, se si pensa che altri paesi hanno imboccato una direzione opposta. Tra questi Grecia e Spagna, che hanno registrato una diminuzione di un punto percentuale. «È la causa principale della mancata crescita. Nel Def non c'è consapevolezza dell'urgenza di affrontare questo tema, il governo e il Parlamento devono tagliare subito le tasse su salari e stipendi», ha commentato Domenico Proietti, segretario confederale della Uil.

La doccia fredda arrivata dal Fmi ha perlomeno il vantaggio di non riguardare solo noi. Il contesto è quello di una crescita mondiale «deludente». Rivista al ribasso (3,2% quest'anno, 3,7%), come quella dell'area Euro (1,5% e 1,6%). Quella dell'Italia è dell'1% quest'anno e dell'1,1% nel 2017. Nel Def è previsto l'1,2% per il 2016, anche se lo stesso governo ammette che sono possibili ritocchi al ribasso.

Il premier Matteo Renzi si è concentrato sul fatto che il rallentamento è globale: «Credo che dobbiamo uscire da questo costante esercizio intellettuale per cui ogni tre giorni ci sono stime, sono talmente tante che solo per orientarsi tra gli acronimi serve un moderno Virgilio. La verità è che i conti si fanno alla fine: l'anno scorso siamo cresciuti dello 0,8 e le stime dicevano che non saremmo cresciuti. Noi siamo prudenti nelle stime e non siamo preoccupati».

Ma il World Economic Outlook del Fondo monetario, lascia poche speranze al Belpaese. Nel 2021 il Pil italiano si attesterà a +0,8%, ai livelli del 2015, il tasso più basso fra le economie dell'Eurozona. Ancora una volta il paragone, sfavorevole per l'Italia, è con la Grecia la cui crescita nel 2021 è stimata all'1,5%.

«È la conferma che bisogna fare molto di più per la crescita con una politica economica e fiscale espansiva per favorire gli investimenti e l'occupazione», ha commentato la segretaria generale della Cisl Annamaria Furlan.

Su questa terapia sembrano tutti d'accordo. Lo stesso Fmi, per bocca di Gian Maria Milesi-Ferretti, vice direttore delle ricerche, ha detto che l'Italia dovrebbe ridurre il cuneo fiscale e le tasse distorsive. «Questa è da sempre una strada da seguire - ha affermato - per sostenere la crescita». Sempre che il governo abbia i margini di manovra necessari. E che il premier ritenga conveniente puntare su una riduzione del costo del lavoro attraverso un taglio delle tasse.