Omicida con foto in bikini Le revocano la semilibertà

Doina Matei nel 2007 uccise una ragazza durante una lite a Roma Condannata a 16 anni, da nove mesi usciva di prigione per lavorare

Stefano Vladovich

La semilibertà? Sospesa fino a nuovo ordine. Ovvero fino a una nuova decisione del giudice di sorveglianza. Questo l'epilogo, e le polemiche non sembrano destinate a placarsi, sul «peccato di vanità» commesso da Doina Matei, la giovane romena condannata in via definitiva per omicidio preterintenzionale a 16 anni di reclusione. Doina, in particolare, durante una lite aveva provocato la morte di una 23enne, Vanessa Russo, alla stazione Termini, a Roma, il 26 aprile del 2007. Galeotta, è il caso di dirlo, l'immagine della detenuta 27enne in bikini su uno scoglio postata sul social network più famoso al mondo, Facebook, e che ha fatto gridare allo scandalo parenti e amici della vittima. Il profilo della giovane è stato aperto a gennaio con un nickname. Non è bastato: incrociando amici e conoscenti virtuali, alla fine, la pagina è finita sotto gli occhi di chi la conosceva e, soprattutto, di quanti sapevano della sua storia. Una notizia per molti sconvolgente tanto da finire in rete e da qui su tutti i giornali. Un terremoto mediatico che, di fatto, le è piombato addosso facendole perdere il privilegio di un percorso di recupero sicuramente meno duro del carcere. Doina, difatti, da nove mesi usciva la mattina dal penitenziario di Venezia per andare a lavorare in una cooperativa sociale. La sera, però, di nuovo in cella. Il suo legale, Nino Marazzita, precisa: «Doina non ha perso la semilibertà ma le è stata sospesa». «Il provvedimento - prosegue l'avvocato - mi è stato notificato ieri sera (martedì per chi legge ndr). Adesso dovrò attendere che il giudice di sorveglianza mi convochi per valutare il da farsi. La mia assistita forse si è lasciata trascinare dalla vanità. Va capita: è ancora una ragazza e non dimentichiamo che viene da un retroterra familiare terribile». A premere sulla semilibertà della romena la sua condotta, il fatto che avesse avuto un vissuto alle spalle molto particolare e il percorso di recupero avviato dietro le sbarre. «Conto che la questione possa ridimensionarsi nei prossimi giorni» conclude l'avvocato Marazzita. Un fatto che riapre un forte dibattito sull'uso proprio o meno dei social e della Rete in generale, spesso utilizzati con disinvoltura da utenti che credono di poter affermare qualunque cosa celandosi dietro uno pseudonimo. Una questione spinosa tanto che sull'argomento si stanno susseguendo sentenze che non lasciano dubbi. Una di queste, emessa dalla Corte Costituzionale, stabilisce che un'offesa lanciata su Fb o su un blog è una diffamazione a mezzo stampa, come su un qualsiasi organo di informazione registrato e con direttore responsabile. Per Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, l'associazione che si occupa di garanzie nel sistema penale, «Siamo tornati alla caccia alle streghe». «Si è scatenato un putiferio per le foto pubblicate dalla ragazza su Facebook. Ma è vietato sorridere? È criminale farsi fotografare? Il carcere è un luogo di risocializzazione non di vessazione». «Doina - conclude Gonnella - ha il diritto di essere felice e, nella sua condizione di semi-libera ad avere un profilo facebook come tutti i giovani della sua età».