Ora Cruz supera Trump. E Hillary perde ma tiene

Battuto per la quarta volta, il tycoon sembra ormai moribondo. Sanders stacca la Clinton ma non ha speranze nel lungo termine

Le carovane dei due partiti e dei quattro candidati si stanno già muovendo con i loro carriaggi e salmerie televisive verso lo Stato di New York dove, dal 19 aprile, comincia la battaglia sul territorio di Donald Trump, ormai col fiato corto, appena bastonato nel Wisconsin da Ted Cruz. Anche Hillary Clinton le ha prese dal profetico Bernie Sanders che si sta godendo il suo momentum, la fase magica del successo. Trump ha pagato a caro prezzo la sua settimana autolesionista: ha messo in galera le donne che abortiscono, ha attaccato la moglie di Ted Cruz, Heidi, per rappresaglia contro un attacco (ispirato da Cruz) alla propria moglie Melanie, ha mandato tutti in bestia difendendo oltre il decente un manager della sua campagna che aveva messo le mani addosso a una giornalista. Poteva risparmiarsele tutte, ma preso dal delirio di onnipotenza, si è fatto talmente male da essere dato per moribondo e forse per morto.

Il peggior scenario possibile per lui è la contested Convention, per non aver raggiunto la maggioranza assoluta dei delegati. Se non arrivasse al quorum di 1.237, i delegati fin qui conquistati riacquisterebbero la loro totale libertà di nominare chi vogliono loro. La batosta di Trump nel Wisconsin (la quarta di seguito inflitta da Cruz) è peggiore di quella presa da Hillary, battuta dall'eroico vecchio matto Bernie Sanders. Hillary lo precede comunque con centinaia di delegati e Bernie non ha vere speranze, salvo quella di vedersi offrire la vicepresidenza.

La politica americana è sempre più in stato febbrile e di choc anafilattico per la massiccia dose di antipolitica immessa da Trump. La stessa divisione territoriale degli States è vaga e fittizia, così come vaga, fittizia e sanguinosissima fu la guerra civile che devastò l'Unione dal 1861 al 1865: una guerra militare senza un vero fronte, come quella politica di oggi. L'America resta un Paese sparpagliato e fatto di una somma di marginalità, legate più a tradizioni di famiglia che ideologiche. Si sa, l'ha confermato un'indagine demoscopica, che le università americane hanno il più alto numero di accademici che si definiscono marxisti, mentre le battaglie di genere, identità sessuale, razziale, linguistica, hanno il sopravvento su tutto ciò che noi consideriamo «politica». Qui la politica del consenso si fa per formule aritmetiche: devi calcolare quanti sono i colli rossi (agricoltori), quanti colletti blu (operai) e quanti colletti bianchi impiegatizi, per zona. Poi devi misurare le fasce d'età, la percentuale delle donne in età fertile, il tasso di scolarizzazione dei neri e dei latinos, per arrivare ai problemi locali, di paese, di staccionata e d'irrigazione. L'America è unificata dalle guerre e dalla televisione, dal voto dei veterani e dall'orientamento dei talk show. E poi ancora dai riti dei memorial liste di nomi incisi sul marmo dove puoi contare le migliaia di soldati morti in action con un cognome italiano e dalle iniziative giovanili, le start-up, i problemi cronici delle ragazze nere che sbarcano il lunario scodellando un primo figlio a quattordici anni e si fanno mantenere dallo Stato.

Uno potrebbe chiedere: e dov'è la politica? In che consiste, che fa, su quali patti con gli elettori si regge? È in questo groviglio il grande mistero americano. I candidati sanno di avere un elettorato frammentato e disintegrato e promettono unità, collettività, il mito come dice Trump di un'America «di nuovo grande».

Adesso tocca a uno dei grandi Stati: l'Imperial State di New York che non consiste soltanto nella magnifica megalopoli, ma in lande gelide a ridosso del Canada, zone agricole e altre modernissime. Si sa. New York è la tenuta di caccia dell'imprenditore edile Donald Trump, dei suoi dipendenti, dei suoi miliardi. Dovrebbe essere suo, ma chi può più garantirlo?

Lo stesso Trump ha rubato, elettoralmente, la Florida al senatore Marco Rubio. Ted Cruz lo ha tuttavia buttato fuori dal Wisconsin e sogna di batterlo in casa, a New York, dove si preparano dibattiti giganteschi con centinaia di migliaia di partecipanti. Trump è depresso, i suoi rilasciano dichiarazioni acide e ripetute come quella di Ted «Cavallo di Troia». Bernie Sanders se la vuole giocare con gli intellettuali di sinistra e gli studenti, mentre Hillary recita la sua parte di regina nella torre dorata dei finanziamenti stramilionari. Finora molti candidati sono caduti. Prima della fine di questo mese qualcun altro ci lascerà politicamente le penne.