Ora Pechino fa la guerra a Winnie the Pooh: offende il compagno Xi

Vietato pubblicare l'orsetto dei cartoni in rete, sembra la parodia del presidente

Sepolte in mare le ceneri del pericoloso dissidente Liu Xiaobo, fatta nuovamente sparire chissà dove la di lui pericolosa vedova Liu Xia (gente che chiede democrazia e libertà di espressione, non sia mai), l'occhiuta macchina repressiva della Cina popolare ha trovato un nuovo temibile bersaglio: è Winnie the Pooh, il tenero orsetto dei cartoni animati.

I censori di Pechino non si lasciano trarre facilmente in inganno. La perversa volontà sabotatrice dei nemici del socialismo ha mille volti, e può benissimo averne uno di carta. Specialmente se questo s'illude di sembrare meno insidioso solo perché è simpatico e piace ai bambini.

Ma cos'ha combinato il piccolo Winnie, la cui pericolosità fino a ieri pareva essere legata solo all'eccessivo consumo di miele? La sua colpa è un classico dei nostri tempi virtuali: si è lasciato strumentalizzare in Rete. Ed ecco come. Qualche tempo fa un bello spirito dagli occhi a mandorla si è azzardato a postare affiancate le immagini di due coppie: una è quella composta da Winnie the Pooh e dal suo dinoccolato amico Tigro, l'altra - piuttosto rassomigliante, con un po' di fantasia - mostra insieme nel 2013 il presidente cinese Xi Jinping, anche lui un po' pingue e «faccioso», e il suo allora collega americano Barack Obama, alto e «smolletico» come l'innocuo felino ideato da A. A. Milne novant'anni fa.

L'idea dello spiritoso cinese ha trovato molti estimatori, cosicché l'abbinata Winnie-Tigro/Xi-Obama è diventata, come usa dire, virale. All'inizio i paranoici controllori del Partito hanno lasciato correre, poi la situazione è precipitata quando alla foto di Xi insieme col premier giapponese Shinzo Abe è stato affiancato il solito orsetto con un altro amico dei cartoni, il malinconico asinello Ih-Oh.

A quel punto il potere socialista ha esaurito la pazienza ed è scattata la censura. Vietato, anzi vietatissimo, l'irrispettoso accostamento in Rete. E poi, giusto per non sbagliare, proibito tout court a tutti i cinesi pubblicare immagini dell'orsetto dei cartoni animati. Chi ci prova sulla popolare piattaforma social Weibo, oppure cerca di riprodurlo sul sistema di messaggistica WeChat, ottiene una risposta degna del Grande Fratello (quello di Orwell, a scanso di equivoci, viviamo pur sempre nel XXI secolo): «Contenuto illegale». E il giochino finisce lì, o almeno dovrebbe perché pare che come tutti i divieti anche questo abbia trovato qualcuno in grado di aggirarlo.

Il vecchio ma sempre giovane Winnie the Pooh e i suoi colorati amici devono avere qualcosa di particolare in grado di ispirare gli oppositori dei regimi autoritari e di irritare i censori al loro servizio. Prima della Cina comunista, infatti, era stata la Turchia di Erdogan a mettere all'indice un personaggio della serie. Correva l'anno 2006 e ad Ankara decisero che non fosse più tollerabile che la televisione di Stato Trt continuasse a trasmettere cartoni animati con un maiale protagonista. L'innocuo e roseo Pimpi, compagno di avventure di Winnie the Pooh, fu dunque la causa della scomparsa dalle frequenze di Trt di quei cartoni animati così poco rispettosi dell'islam e delle sue interpretazioni di ciò che è puro o impuro.

Dev'essere però un rapporto difficile con l'umorismo ad accomunare i totalitarismi rossi a quelli religiosi. Anni addietro anche il torvo sceicco al-Qaradawi, vicino ai fratelli Musulmani che vorrebbero riportarci tutti nel loro intollerante Medioevo, aveva emesso la sua bella fatwa contro una serie di cartoni animati. Bersaglio delle sue censure i giapponesi Pokemon e il loro protagonista Pikachu. Che a suo tempo, in effetti, ci avevano un po' rotto l'anima, ma da qui a farne una questione religiosa, e che diamine...