Orgoglio, bandiere e il sogno della "Catalexit" Ma per molti la consultazione sarà inutile

Tra i secessionisti: «È una dittatura, il premier sappia che vogliamo essere liberi» Ma un sondaggio rivela che più della metà degli abitanti sceglierebbe il «no»

Barcellona La battuta che serpeggia con più sagacia per le strade di Barcellona, dopo la decapitazione attuata da Madrid all'agguerrita squadra di disobbedienti, l'ha suggerita Albert Rivera, il leader di Ciudadanos, la forza politica catalana che rappresenta gli «indignati» di centrodestra, in antitesi con quelli di Podemos. «Sarà un referendum in stile Ikea, seggi elettorali e urne smontabili. Così nel caso arrivasse la Guardia Civil ad arrestarci, impacchettiamo tutto e ce la diamo a gambe levate».

A parte lo sfottò degli unionisti contro gli indipendentisti, per le strade di Barcellona, capitale e sede della Generalitat soffia aria di tensione e di malcontento generale, anche da parte di quel 56 per cento di catalani che si sentono anche spagnoli e sono contro la «Catalexit», secondo l'ultimo sondaggio di Metroscopia/El País.

Mai come in questi giorni i palazzi delle zone centrali, ma anche periferiche della città, hanno appeso con testardo orgoglio la bandiera catalana. Una pennellata giallo-rosso. Il mulo catalano, gran lavoratore, «contro il toro dell'effimera Castiglia e delle sue barbariche corride». Alcuni turisti statunitensi credono che il Barcellona F.C. abbia vinto il campionato di calcio. Un gesto semplice, ma che significa molto, che ricorda una primavera in stile arabo, con tanta gente in strada a manifestare e a sbeffeggiare Madrid, ma che, probabilmente, anche questa volta non otterrà nulla. «È per dire a Madrid che vogliamo essere liberi di governarci, partendo non solo dai nostri bisogni, ma dal nostro orgoglio e dalla nostra storia», mi dice Cristina, 22 anni terzo anno di Giurisprudenza alla UB. Fosse così semplice la questione catalana, riusciremmo anche a decifrare la loro politica. La coalizione di maggioranza, litigiosa, contraddittoria e divisa su tutto, tranne che andare alle urne il primo ottobre per sbeffeggiare Madrid. Pretende la secessione, ma poi non sa convincere quel 56 per cento di catalani che è contrario. Mentre la fetta restante, la minoranza che vuole la « Catalexit», manifesta in strada, brucia le bandiere col vessillo dei Borbone, senza chiedersi con quale forma, quale moneta e quale appoggio nascerà la Repubblica di Catalogna.

«Smettiamola con tutto questo orgoglio, por Dios - parla Jordi, commercialista che i conti li sa fare -. Qui sono in ballo i 200 miliardi di euro del nostro Pil, il potere delle nostre banche, le nostre industrie. Ogni rivoluzione nasce dal rifiuto di pagare tasse esose, i catalani non vogliono più dare soldi a Madrid, vogliono autogestirsi anche nelle finanze». La gabella che Madrid «ladrona» pretende ogni dodici mesi si aggira attorno ai 25 miliardi di euro. «Sono troppi - strilla Jordi -. Diamogliene di meno che so 5 miliardi». Non diamogli niente, se non una patada en el culo, urla qualcuno dal bar.

A parte i miliardi, per le vecchie generazioni la Capital puzza ancora di franchismo. «Stanno indagando settecento sindaci pro referendum, hanno arrestato 13 importanti amministratori, ci stanno commissariando e come dice il nostro presidente, ci hanno tolto l'autonomia. Non è questa una dittatura?», spiega Ignacio, classe 1955, con le braccia incrociate, una fumante sigaretta, appoggiato al suo taxi giallo-nero e la faccia di uno che non vuole tanto discutere.

Sherif, 40 anni, pakistano, a Barcellona dal 1992, ha il suo negozio di memorabilia per turisti proprio sulla Rambla degli attentati islamisti. «Voterei sì se ho la certezza che il nuovo Stato catalano mi taglia le tasse. Non mi piacciono né i muri né le imposte che mi strangolano, ma non sono sicuro che la colpa sia tutta di Madrid».

Santiago, trentacinquenne manager assicurativo, guarda con un sorriso la figlia Cristina, quarta elementare, che si è fatta una mantellina con la bandiera giallo-rosso. «A me sembra di rivivere quanto già visto nel 2014. Si va ai seggi. Si scherza sulla paura di finire in manette, votiamo sapendo che è anticostituzionale e che non otterremo nulla se prima non cambiamo la Carta costituzionale. È come voler salire su un volo per New York senza passaporto».

«Tutta colpa della Transición», ci dice Alessio, uno dei ventimila italiani residenti a Barcellona. Dal 2008 in Catalogna, 41 anni, sardo, laurea in ingegneria, lavora per Abinsula. E ha una compagna catalana che voterà sì», ma senza troppa speranza. «Alla fine della Guerra Civile tutti avevano fretta di buttarsela alle spalle, fare una pace forzata con immediata Costituzione che già nel 1978 era lontana dalla vera realtà del Paese». Abbasso la Transición? «C'è anche la politica catalana: ti fa credere che il 100 per cento dei catalani voterà sì e poi non conta nulla nel Parlamento di Madrid, dove dovrebbe alzare la voce. Siamo divisi, come possiamo pensare a uno Stato autonomo se più della metà dei catalani non lo vuole? Non ci è riuscita la Scozia. A Madrid fa comodo vederci divisi, perché così siamo impotenti e indivisibili dalla Spagna. Lo sa che esiste ancora uno zoccolo duro che vorrebbe la monarchia come unica forza di unità?».