Orlandi, ossa in Vaticano Si indaga per omicidio

I resti rinvenuti in un palazzo di proprietà della Chiesa aprono uno spiraglio sul grande giallo

Luca Fazzo

L'ennesima pista falsa, un nuovo sprazzo di speranza senza costrutto. Oppure uno squarcio di luce che dopo trentacinque anni illumina uno dei più imperscrutabili misteri d'Italia. Da ieri, una manciata di ossa è all'esame degli specialisti di medicina legale della Procura di Roma. E l'ipotesi è che in quei poveri resti ci sia quanto rimane di Emanuela Orlandi, figlia di un dipendente del Vaticano, svanita nel nulla il 22 giugno 1983.

All'idea della sua morte, la famiglia di Emanuela Orlandi - con in testa il padre Ercole, impiegato della Prefettura pontificia - non si è mai rassegnata. Papà Ercole se ne andò nel 2004, convinto che su figlia forse ancora in vita, nascosta da qualche parte in Turchia, ultima propaggine dei tanti misteri irrisolti intorno all'attentato del «lupo grigio» Ali Agca a papa Wotiyla. Una pista angosciante ma in fondo consolante: Emanuela era viva.

Invece ora appare una strada che, se confermata, parrebbe togliere spazio a ogni speranza. Secondo quando rende noto un flash dell'Ansa, la Procura di Roma ha aperto una inchiesta per omicidio volontario che ruota intorno a delle ossa trovate in un edificio di proprietà del Vaticano, ma all'esterno delle mura dello Stato Pontificio. L'inchiesta verrebbe svolta in parallelo con una indagine analoga in corso da parte della magistratura vaticana. In passato altri ritrovamenti hanno fatto sorgere ipotesi di collegamenti con la scomparsa di Emanuela: ed in quei casi tutto si risolse in nulla.

Ma la tensione che in queste ore accompagna i nuovi accertamenti fa capire che stavolta si tratta di qualcosa di più di una verifica dovuta, di un confronto di routine. Qualcosa, evidentemente, spinge verso l'interminabile mistero del caso Orlandi. Oppure quei resti potrebbero appartenere all'altra scomparsa di quei giorni, Mirella Gregori, coetanea di Emanuela, svanita anch'essa nel nulla il mese prima. Confronti febbrili dei resti con i Dna dei familiari delle due ragazze vengono compiuti in queste ore, e si recuperano le impronte dentarie: e questo dovrebbe significare che tra le ossa ritrovate c'è anche il cranio, o almeno una parte di esso. Entro oggi i primi responsi dovrebbero dire se davvero, a riemergere da un buio che sembrava intermiinabile, sono davvero le reliquie terrene di una delle due ragazze, inghiottite da un meccanismo troppo più grande di loro.

In questi anni si è scritto tutto e il contrario di tutto, sulla scomparsa di Emanuela Orlandi: non solo sull'onda dei messaggi sempre più ambigui e oscuri che Alì Agca, prima dal carcere e poi dalla Turchia, mandava di quando in quando; ma anche della affannosa, umana ricerca di un perché da parte della famiglia della ragazzina. Appena tre mesi fa il fratello di Emanuela, Pietro, in un'intervista chiese che all'indagine - mai formalmente chiusa - della Procura di Roma se ne aggiungesse una vaticana, perché «Emanuela è tutt'ora iscritta all'anagrafe vaticana, è una cittadina vaticana ed è chiaro che all'interno del Vaticano ci sono delle persone che hanno avuto delle responsabilità su quello che è successo».

La verità, per Pietro Orlandi, va cercata nei gangli che in quegli anni complicati legavano il Vaticano di Woityla, l'attacco al blocco sovietico, i finanziamenti a Solidarnosc, i soldi dello Ior e della Magliana. Se anche i poveri resti fossero davvero della Orlandi, sbagliare quei nodi non sarebbep iù facile. Ma una famiglia potrebbe trovare la rassegnazione, e con essa un assaggio di pace.