Il padre alla baby kamikaze: «Vuoi ucciderli tutti?»

Dopo l'indottrinamento la figlia di 8 anni si è fatta esplodere in una stazione di polizia a Damasco

Gian Micalessin

Chi ha trascorso le ultime settimane commuovendosi davanti ai lacrimosi video dei militanti di Jabat Al Nusra, la costola siriana di Al Qaida, intenti a descriversi come innocenti pecorelle minacciate dalla bombe russe cadute su Aleppo Est, si guardi il filmato pubblicato ieri da Al Arabya. Si concentri sul filmato perverso e disgustoso in cui un militante di Jabat Al Nusra, la stessa organizzazione che controllava Aleppo Est, viene ripreso mentre indottrina le proprie bimbe di neppure otto anni e le spinge a morire nel nome di Allah. Un obbiettivo purtroppo perfettamente raggiunto. Poche ore dopo una di quelle figlie busserà alle porta di una stazione di polizia e mentre un poliziotto la farà entrare, il padre e i suoi complici azioneranno il telecomando della bomba cucitale addosso. Ma peggiore dell'atto stesso di mandarla a morire è forse la determinazione con cui quel padre-orco abusa dell'ingenuità di una figlia, la sfrontata leggerezza con cui filma la propria abiezione.

Un video davanti al quale bisognerebbe interrogarsi, chiedersi se sia più aberrante la spietata disinvoltura di un fanatico o l'arrogante leggerezza di quanti in Occidente continuano a difendere Al Nusra e le altre organizzazioni jihadiste attive in Siria. Ma restiamo a quel video che da solo vale più di mille parole. L'ambientazione è spettrale. In una stanza in penombra, un combattente con le guance incorniciate da una pelliccia corvina tiene sulle ginocchia una mitragliatrice e due creaturine infagottate in tuniche color carbone da cui sporgono volti pallidi e spauriti. Dietro, a fare da sfondo, la bandiera nera dei ribelli alqaedisti di Jabat Al Nusra. La stessa che sventolava sui tetti di Aleppo Est. Qui però siamo a Ghouta, un sobborgo di Damasco. Il padre-mostro è Abu Nimr, un militante di Al Nusra ben conosciuto dai ribelli arroccati da oltre quattro anni alle porte della capitale. Poi la pantomima dell'orrore ha inizio. «Dove agiremo oggi?» - sussurra l'orco. Loro esitano, balbettano, immaginano già, è chiaro, dove vuol andare a parare. Lui le sprona. «A Damasco» - bisbiglia la più grande. «Non hai paura?». Lei per un po' tace, si schernisce, poi si fa forza, sputa un «No» fatale. È il «No» atteso dal mostro per spazzar via le ultime difese. Le parla degli uomini di Aleppo Est costretti a fuggire sugli autobus, la suggestiona facendole intendere che se non seguirà i suoi consigli, «cattivi» e «infedeli» verranno a prendere anche lei. «Vuoi consegnarti a loro? Vuoi che gli infedeli ti stuprino e ti uccidano?». «No no...» - risponde la figlioletta. Allora il mostro sfodera l'argomento decisivo. «È vero che vuoi ucciderli nelle fiamme? È vero che vuoi farlo perché la nostra è una religione d'orgoglio?» - ripete l'infame mentre la bimba non riesce, e non può, che ripeter i suoi «Sì». Poi non pago si rivolge alla più piccola. «E tu Islam, verrai anche tu con noi oggi? È vero che neppure tu hai paura di loro?». «No» sussurra lei. «No, perché stai andando con Dio» - la corregge lui. Poi un sinistro ululato, un «Allah Akbar» urlato davanti ai volti sconvolti di quelle due fanciulle pronte per il sacrificio. E poche ore più tardi il raccapricciante epilogo. Un epilogo che chi ha pianto per Aleppo Est farà bene a non dimenticare.