Padrone e ideologo dell'Isis. Ora il rebus della successione

Dalle ceneri di Al Qaida ha dato vita allo Stato islamico. Due ex ufficiali di Saddam in corsa

Abu Bakr Al Baghdadi, in una rara immagine che lo ritrae in moschea a Mosul

Morto un Papa se fa un altro. Ma con il Califfo non sarà così semplice. La morte, apparentemente confermata dallo stesso Isis, di Abu Bakr al-Baghdadi alias Ibrahim Awad al-Samarrai, apre una serie di interrogativi non tanto sulla sopravvivenza del terrorismo islamista, ma dello Stato Islamico. Abu Bakr Al Baghdadi non era un semplice leader, ma l'ideologo e il «padre padrone» dell'organizzazione nata dalle ceneri di quella cellula irachena di Al Qaida, fondata dal «decapitatore» Al Zarqawi.

Dopo la morte di quest'ultimo e le sconfitte subite per mano del generale americano David Petraeus tra il 2007 e il 2009 al-Baghdadi aveva totalmente rifondato l'organizzazione terrorista. Il suo colpo da maestro era stata la fusione in un unico gruppo dirigente dei veterani di Al Qaida e dei vecchi 007 di Saddam convertiti allo jihadismo nel nome della difesa dei sunniti. Il passo successivo era stata la rottura con una Al Qaida incapace, dopo l'eliminazione di Osama Bin Laden, di stregare le nuove generazioni. Nuove generazioni sedotte e attirate dall'Isis grazie all'uso spregiudicato di una propaganda costruita con i ritmi dei videogiochi e la regia dei serial televisivi. L'errore fatale è stato, invece, quello di conferire una dimensione territoriale e statuale a una piovra del terrore allargatasi dall'Iraq settentrionale alla Siria. Quell'errore impedirà ai sopravvissuti dello Stato Islamico di nominare un altro Califfo visto che nell'Islam quel titolo spetta solo a chi controlla un ardh al tamkeen, una «terra da governare».

L'Isis, orfano di al-Baghdadi e privo della riconquistata Mosul è, invece, assai vicino a perdere anche Raqqa, la capitale siriana già circondata da americani e forze arabo-curde. Scomparso al-Baghdadi i suoi fedelissimi dovranno dunque accontentarsi di eleggere un emiro, ovvero un «principe». Ma anche questo non sarà facile. Le voci sulla sua morte, diffusesi già il 30 giugno a Tal Afar, cittadina dell'Iraq nord-occidentale ancora sotto il tallone dell'Isis, hanno immediatamente acceso violenti scontri tra le fazioni ancora vicine alla vecchia guardia irachena e quelle secessioniste guidate da comandanti stranieri. Per nominare un erede l'Isis deve inoltre riunire, senza esporli alle bombe di un raid aereo russo o americano, gli otto superstiti della shura, il conclave chiamato a scegliere il successore di Al Baghdadi. Se organizzare l'incontro non è semplice, trovare un candidato valido potrebbe rivelarsi ancor più complesso. Dal 2014 ad oggi più di 40 fra dirigenti e comandanti sono stati inceneriti dai raid aerei.

In questa precaria situazione i nomi dei due delfini più gettonati restano quelli del 54enne Iyad Al Obaidi, un ex ufficiale dell'esercito saddamista trasformatosi in ministro della guerra del Califfato, e di Ayad Al Jumaili, transitato dai vertici della vecchia intelligence irachena a quella di Amniyat, i servizi segreti di al-Baghdadi. L'appartenenza agli Obeidi, una delle più influenti e ricche tribù irachene con diramazioni importanti in Giordania e Arabia Saudita, favoriscono Iyad Al Obaidi, ma renderanno problematica la gestione di quel versante siriano dove si concentrano migliaia di combattenti stranieri estranei alle logiche irachene. E a differenza di Abu Bakr al-Baghdadi, rampollo di una famiglia di studiosi dell'Islam, Al Obaidi non può vantare quella conoscenza dei testi sacri che permetteva al defunto Califfo di spacciarsi allo stesso tempo per leader politico e predicatore religioso.