A Casale si vive nella paura: "Qui il cancro è un cecchino"

In paese già tremila le vittime: "Può colpire anche a distanza di trent'anni: siamo tutti sotto tiro. Ogni famiglia piange i suoi caduti"

Casale Monferrato (Alessandria) - Questo borgo spalanca le porte al Monferrato e poi alle Langhe, cioè a uno dei più bei giardini d'Italia. A Nord il profilo rugoso del Rosa, nella lontananza dell'Ovest la punta affilata del Monviso. Tutto richiama verde e natura, eppure non viene nessuna voglia di respirare a pieni polmoni. Io sarò pure suggestionabile, ma in questo grande parco l'onda lunga del passato ha allestito un gioco molto poco divertente. Un gioco macabro e tetro, come una Gardaland del terrore. È di fatto un'interminabile lotteria: ciascuno dei 40mila abitanti ha un numero in tasca e aspetta le continue estrazioni. Con una specialità tutta locale: qui festeggia chi non viene estratto. Da anni e anni, chi invece pesca il numero sa già qual è il premio: mesotelioma, uno dei cancri più atroci, se mai può esistere una classifica delle atrocità. La sua subdola gestazione dura anche trenta, quarant'anni. È per questo che la Cassazione può considerare prescritti i reati dell'Eternit, ma nessuno dei casalesi considera prescritta la paura. Ne sono già morti tremila. Quest'anno siamo a quota cinquanta. Non solo i vecchi operai degli stabilimenti: quelli, ormai, sono sterminati tutti. La lotteria riguarda chiunque: basta essere vissuti per qualche tempo nel grande giardino e aver respirato quella polvere letale, satura del famigerato «Ago di asbesto», componente microscopica dell'amianto. Ogni giorno è buono per una nuova estrazione, ogni giorno qualcuno può essere chiamato a ritirare il terribile premio: prima un qualche mese in ospedale tra indicibili sofferenze, quindi la matematica certezza del cimitero. Non si conoscono superstiti.

«Lo sa come la vedo io? È come vivere con un infallibile cecchino appostato sulle nostre colline: quello continua a sparare, ognuno di noi può solo sperare di scansare il colpo». Me la racconta così, la bella vita di Casale, Loris Barbano. Prima insegnante, ora fotografo, ha 65 anni. Mi spiega senza enfasi e teatralità, con garbo tutto piemontese, come praticamente ogni famiglia della zona possa piangere il proprio caduto. O più d'uno. All'inizio, mi spiega, nessuno dava peso. S'immagini, racconta, che usavamo il famoso «polverino», lo scarto della lavorazione, per tracciare sentieri e riempire i selciati dei cortili. Anche degli asili. Poi i primi casi, i primi studi, le prime sentenze. «Adesso ci resta soltanto la paura. L'incubo ci accompagna tutti i giorni. Basta un po' di febbre, un po' di debolezza, qualche colpo di tosse...». Basta questo perché qualunque casalese immagini subito di avere in tasca il numero fatale. Quando vanno a fare le analisi, qui, hanno un terrore dieci volte più strizzante di quello che mediamente ciascun fifone può avvertire. «Bisogna prendere lo Xanax , prima di fare una lastra al polmone», ironizza amaro Loris Barbano. E quando al bar si parla di un comune amico che ultimamente sembra un po' giù, che non si vede più tanto in giro, che pare sia andato a fare delle analisi, in quel bar risuona puntualmente solo un mesto presagio: «Aia».

È il minimo, se dopo la sentenza della Cassazione hanno proclamato il lutto cittadino. In piazza Mazzini, la piazza del centro, il monumento del solito illustre a cavallo è ricoperto di drappi neri e di volantini con scritta plumbea: «Quante volte ci devono ancora uccidere?». Molti fiori. Anna, una giovane mamma, affida il giglio al suo piccoletto perché lo deponga lui stesso. L'amica, che spinge a sua volta un passeggino, ha poche parole per la cronista della tv locale: «Pensi quanti ne sono morti». Anna si sovrappone: «E pensa a quanti ancora ne devono morire...».

Il convitato di pietra, questo fetentissimo e implacabile incubo del mesotelioma, è stabilmente seduto in tutte le case. Nessuno si sente al riparo. Si sa che non servono più precauzioni. Non serve neppure la fuga: lui, l'orrido nemico, se ne viene via con te e aspetta paziente il momento giusto. Come, me lo rivela una giovane psicologa, Maria Zucchella. Nel maggio di quest'anno ha sepolto l'amatissima mamma, Rosella, 68 anni, inutile chiedersi il nome del killer. La signora, casalese, aveva lavorato per quattordici anni in una fabbrica del posto, una di quelle. «Era impiegata, ma con una sfortuna - ricorda la figlia -: doveva sempre scendere nei capannoni per consegnare gli ordini agli operai». Comunque era contenta, di quel posto, la mamma. Ma nel '74 il suo giovane marito se la portò in Lomellina, non certo per sfuggire all'amianto, che allora ancora non terrorizzava nessuno: un normale cambio di vita. Un altro luogo, un altro mondo, un altro lavoro...

Quarant'anni dopo, nel 2013, il boia di Casale si fa vivo persino lì, in trasferta, dopo la gestazione carogna. Maria ricorda i primi giorni del malessere: la mamma che si presenta pallida, stanca, respiro faticoso. Poi, l'inesorabile precipizio. In quei mesi mai un accenno, precisa la figlia, all'Eternit e alla sua giovinezza. «Ci proteggeva». Ma un giorno di quest'anno, un giorno di marzo, al matrimonio del figlio maschio, la signora incontra un amico della sua prima vita. È a lui che libera la rassegnata e segreta convinzione: «Hai visto che regalo mi ha fatto la città di Casale?».

Nessuno sa dire quando l'onda lunga di quella famigerata stagione, capace di seminare veleni nei grandi giardini d'Italia, esaurirà i suoi effetti infernali. Pensarono allora che quel magnifico brevetto d'inizio secolo, talmente ineffabile ai danni del tempo da meritarsi il nome Eternit, avrebbe cambiato la vita ai contadini delle antiche campagne. L'ha cambiata realmente e radicalmente alle generazioni arrivate dopo. Oggi è una lotteria. Ciò che filosofie e religioni consigliano a ogni uomo, vivi sempre come fosse l'ultimo giorno, qui l'ha imposto il mesotelioma.

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Ritratto di RobyPer

RobyPer

Ven, 21/11/2014 - 19:34

SPAVENTOSO