Patria, casa e bici Il secolo di Bartali, l'italiano a pedali

Non ho né la specifica esperienza né la competenza necessaria per inserire un mio ricordo tra i tanti che hanno accompagnato e accompagneranno le celebrazioni dei cent'anni dalla nascita di Gino Bartali. Solo un tifo remoto e una nostalgia struggente giustificano queste poche righe d'uno che dalle vittorie di Bartali è stato emozionato e da quelle di Fausto Coppi incantato. Ho vissuto e seguito le leggendarie rivalità del ciclismo d'antan. Da ragazzo m'ero appassionato ai duelli (...)

(...) tra Alfredo Binda, freddo ingegnere dei suoi successi, e il generoso Learco Guerra, detto la locomotiva umana per la carica che metteva in ogni sua gara. Già allora, avido lettore del Corriere della Sera, non perdevo una sola cronaca tra quelle dedicate al Giro e al Tour dal più famoso suiveur giornalistico, Orio Vergani. E ancor più mi ci appassionai quando, tramontata la rivalità tra Binda e Guerra, si prese tutta la scena la rivalità tra Gino - nel gergo dell'ambiente Ginettaccio - e l'astro ascendente Fausto Coppi.
L'informazione sportiva d'allora - mancando la televisione e mancando anche le valanghe di notizie d'oggi - era molto diversa. Più concettosa - mi riferisco alla carta stampata - più letteraria, magari anche più fantasiosa. Anni dopo sarei diventato amico di Orio Vergani: che mi raccontava un po' ironico e un po' sfacciato come i suoi percorsi di tappa al seguito dei campioni fossero intervallati da oculate soste in ristoranti o trattorie. Scrittore fine, Orio dovette tutta la sua popolarità alla bicicletta. Un po' come Sergio Zavoli che ha realizzato bellissime inchieste televisiva ma viene citato soprattutto per il «processo alla tappa».
Quando Coppi cominciò a sconfiggere il vecchio leone Bartali - ma in fin dei conti il vecchio e giovane erano separati soltanto da cinque anni - m'infuriai con lui. Lo ritenevo un attentatore se non un cospiratore. Istintivamente sentivo che Bartali meritava più di Coppi perché a Coppi la sorte aveva elargito il dono divino del fuoriclasse cui tutto riesce facile, e invece Bartali le sue conquiste se le doveva sudare e faticare come un facchino. Poi Coppi mi ha conquistato, anche per una certa aria malinconica che l'avvolgeva. Ma se avessi voluto indicare, allora come adesso, le qualità con cui un buon cittadino può affermarsi non esiterei a indicare quelle di Bartali.
La guerra ci ha rubato quattro o cinque anni di vita veramente vissuta. È successo a me, ma non è gravissimo visto che continuo a scribacchiare. È successo a Bartali e a Coppi, derubati di tante vittorie, di tanta gloria, anche di tanti guadagni. Si dirà che non è il caso di compiangerli, hanno avuto molto. Bartali ha avuto anche il privilegio - forse dubbio - d'una vita non breve. Coppi se n'è andato presto. Si sono portato via - l'airone ferito a morte e il brontolone incontentabile - un patrimonio d'affetto che non ha avuto eguali. Oltre che un grande campione Gino Bartali è stato un grande uomo. Che volle tentare qualche iniziativa industriale, credo non molto fortunata. I cultori del collezionismo possono trovare in quel mercato confezioni di lamette da barba targate «lama Bartali superveloce».

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