Pensioni, l'altolà dell'Ue al governo

L'Europa vuol sapere che succederà ai nostri conti pubblici con lo sblocco dell'adeguamento degli assegni

RomaAl ministero dell'Economia ed a Palazzo Chigi hanno preso poco sul serio la richiesta europea di «compensare» nel Documento di economia e finanza (Def) i maggiori esborsi dovuti per onorare la sentenza della Corte costituzionale sulle pensioni. Maggiori esborsi che ammonterebbero - secondo una stima del Nens, il centro studi di Vincenzo Visco e Pier Luigi Bersani - a 16,6 miliardi di euro.

«La Commissione Ue è in attesa di capire come il governo italiano intende applicare la decisione dei giudici», spiegano a Bruxelles. Oggi però proprio la Commissione fornirà un giudizio sostanzialmente positivo del Def. Insomma, non terranno conto della sentenza: «Non ci sono provvedimenti che la recepiscono», si giustificano.

Per il governo Renzi, però, vale la regola di primum vivere, deinde philosophari . Anche sui conti pubblici. Da qui, il distacco sul tema pensioni. In attesa che Pier Carlo Padoan torni da Baku, gli uomini dell'Economia alambiccano soluzioni. La prima, e più scontata, è che il costo della sentenza sulle pensioni verrà formalizzato con la Nota di aggiornamento al Def, attesa per settembre. E solo a quel punto sarà possibile valutarne l'impatto sui conti 2015 e seguenti.

Ma c'è anche un'altra scuola di pensiero. Scaricare il costo della sentenza (4,2 miliardi all'anno) sugli esercizi precedenti. In tal caso, però, sia nel 2013 sia nel 2014, l'Italia avrebbe superato l'asticella del 3%. Eventualità che potrebbe essere aggirata grazie ad una riqualificazione della serie storica. Un percorso che conduce al gioco dello «zero virgola». Esercizio noioso, ma nel quale l'euroburocrazia sembra eccellere. Ed una casella del percorso incrocia il «tesoretto».

Siamo in maggio, quindi, metà anno è andato. Ne consegue che se il governo decidesse di rimborsare già quest'anno i mancati adeguamenti previdenziali, il costo sarebbe quasi la metà. Vale a dire, tra i 2 ed i 2,2 miliardi. Cioè, lo 0,15% del pil Con un particolare. Grazie allo scarto tra il deficit tendenziale e quello programmatico c'è uno 0,1% del pil che avanza (il presunto tesoretto, mai esistito: a rigor di Trattati Ue), e questo 0,1% potrebbe coprire il costo della sentenza delle pensioni da qui alla fine dell'anno. Resterebbe fuori uno 0,05% che potrebbe essere recuperato (o nascosto , secondo i punti di vista) nel Bilancio di assestamento di fine giugno. Tant'è che Francesco Boccia, presidente della commissione Bilancio della Camera (ed oppositore di Renzi) chiede di anticipare, così da costringere il governo a svelare la strategia. D'altronde, la Ue stima un rapporto deficit/pil al 2,6% nel 2015 che scenderà al 2% l'anno prossimo.

Poi, con la Nota di aggiornamento al Def di settembre il ministero dell'Economia i conti pubblici potrebbero fotografare il costo intero della sentenza della Consulta sulle pensioni sui conti del 2016. Vale la pena di ricordare che il deficit previsto per il prossimo anno è pari all'1,8% del pil (2% secondo la Ue). Con un calo, rispetto al 2015, superiore allo 0,5% previsto dalla Ue: quest'anno l'indebitamento dovrebbero essere del 2,6/2,8%, dipende dal calcolo delle pensioni. Ne consegue, che il deficit del prossimo anno può anche salire dello 0,3% (tanto vale la sentenza) pur rispettando la riduzione dello 0,5% all'anno.

Filippo Taddei, responsabile economico del Pd, rilancia l'idea di sanzionare le pensioni calcolate con il sistema retributivo. Sono il 12% del totale. E sono le più alte. All'Economia ed all'Inps soluzioni del genere non sono state prese ancora in considerazione.

In compenso, soprattutto a Palazzo Chigi, la sentenza della Consulta viene letta come un tentativo di affossare l'idea di Matteo Renzi di un decreto legge «elettorale», da varare alla vigilia delle amministrative. Il presidente del Consiglio pensava di usare il «tesoretto». Quando gli hanno spiegato che non esisteva, voleva coprire misure a favore delle fasce meno fortunate della popolazione con tagli orizzontali ai ministeri. Ora deve lottare con l'Europa dello «zero virgola» e forse abbandonare il bonus elettorale.