La penultima ammissione sul caso Khashoggi: «Fu omicidio premeditato»

Manca solo il riconoscimento che il mandante è l'erede al trono, ma la monarchia fa quadrato

Roberto Fabbri

La lunghissima sequenza di smentite e ammissioni di Riad sul tragico caso dell'assassinio di Jamal Khashoggi si è arricchita ieri dell'ennesima imbarazzante puntata: messi con le spalle al muro dalle prove nelle mani degli inquirenti turchi, i sauditi hanno dovuto ammettere che si è trattato di «un omicidio premeditato».

Era in effetti diventato impossibile negarlo, essendo stato ormai provato l'arrivo al consolato saudita di Istanbul di un commando forte di ben 15 persone, una delle quali specializzata in medicina legale e munita di segaossa, giunte appositamente dall'Arabia nelle ore precedenti l'annunciata imprudentissima visita del giornalista dissidente nella sede diplomatica. Per non parlare del goffo tentativo di inscenare l'uscita di Khashoggi dal consolato sulle proprie gambe spedendo fuori dal cancello d'ingresso un uomo vestito con gli abiti di Khashoggi e con una barba finta.

Nell'arco di 23 giorni Riad ha sostenuto nell'ordine: che Khashoggi fosse uscito dal consolato poco dopo esservi entrato; che le accuse a Riad di aver dato ordine di uccidere lo scomodo opinionista fossero «bugie infondate»; che Khashoggi fosse effettivamente morto nel consolato «per strangolamento durante un alterco»; che fosse rimasto vittima di «un omicidio in una operazione non autorizzata che è stata un errore colossale»; che si sia trattato (parole dello stesso principe ereditario Mohammed bin Salman, fortemente indiziato di essere il mandante dell'assassinio) di «un fatto dolorosissimo, di un incidente orribile e del tutto ingiustificabile»; infine che l'omicidio sia stato «premeditato».

Manca, insomma, soltanto l'ultimo tassello: l'ammissione delle responsabilità personali del principe. Ovvio che Riad cerchi di evitarlo in ogni modo: «MbS», come l'erede di re Salman concede di farsi chiamare confidenzialmente anche dal genero di Trump Jared Kushner, è l'uomo su cui la monarchia ha puntato tutte le sue carte per il futuro. Alla «Davos del deserto» che MbS aveva organizzato con i grandi della finanza e dell'economia mondiali e che in seguito al caso Khashoggi ha subito defezioni eccellenti in quantità, la linea ufficiale saudita è «siamo grandi amici e alleati degli americani, troveremo i colpevoli e andrà tutto a posto».

Sembra, questa, una pia illusione. Anche se MbS era l'alleato ideale per Donald Trump, lo stesso presidente Usa sembra ormai rassegnato a doverlo abbandonare al suo destino, che pare più che mai nelle mani dei turchi. Il «sultano» Erdogan insiste: Riad deve dire tutta la verità, e sottintende che se non lo farà potrebbe pensarci lui, che la conosce e ne ha le prove. L'ultima trincea di MbS è affidata alla piena disponibilità della procura di Riad a collaborare con quella dei «fratelli turchi», come si sono ridotti a chiamarli per ingraziarseli. Intanto a Istanbul le indagini continuano: ieri gli investigatori hanno prelevato campioni dell'acqua del pozzo nel cortile del consolato, alla ricerca di macabre conferme.