Perfino Cantone finisce nel tritacarne di Renzi

Il capo dell'Anac voluto dal premier lamenta la mancanza di fondi: gelo tra i due. Ma rilancia: «Resto fino al 2020»

Da Mister Wolf («risolvo problemi») del governo, a papabile prossimo «sedotto e bidonato» da Renzi, ultimo di una lunga lista. Cosa succede tra il premier e Raffaele Cantone, suo parafulmine universale? Il lamento del magistrato a capo dell'Anticorruzione sulla mancanza di fondi per far funzionare sul serio la sua task force è la spia di un disagio, anche se Cantone smentisce ogni attrito («Nessun problema col governo, con cui la collaborazione è puntuale e positiva»). Ma se all'Anac mancano risorse e personale è perché Renzi l'ha oberata di missioni impossibili, mentre i vincoli di spesa tagliano le gambe all'Anac (di questo lamenta una nota ufficiale dell'organismo presieduto da Cantone). Alla minima ombra di malaffare, da Palazzo Chigi parte la telefonata al capo dell'Anac per scaricare subito la patata bollente. Mafia Capitale? Tranquilli, ci pensa Cantone. Gli appalti a Expo? Sereni, vigila Cantone. Lo scandalo Mose? Calma, sistema tutto Cantone. Il Giubileo? Provvede Cantone. La grana dei rimborsi ai truffati dalle banche? Niente paura, risolve super-Cantone.Troppe responsabilità, che si moltiplicano ogni settimana, mentre il budget resta immobile. «Scusa, ma di che si tratta?» scrisse Cantone via sms a Renzi quando apprese, guardano il premier in tv, della sua prossima nomina alla nuova Autorità anticorruzione. A due anni di distanza sembra che i dubbi sulla vera funzione dell'Anac (al di là degli spot e dei tweet) non siano ancora svaniti. Ma il raffreddamento è anche nell'altro verso, da parte del premier. La parabola è classica: prima Renzi li seduce, poi li arruola, li blandisce con onori e ruoli chiave, ma quando diventano ingombranti li molla. Chiedere, per informazioni, agli ex commissari alla spending review, prima Cottarelli e poi il renziano (ex?) Roberto Perotti, l'economista bocconiano chiamato a Palazzo Chigi ma dimessosi per incompatibilità di idee sulla riduzione di spesa pubblica (secondo il premier ad ottimo punto, secondo Perotti per niente). Stesso destino di Rossella Orlandi, salita addirittura sul palco della Leopolda renziana, nominata gran capo dell'Agenzia delle entrate su indicazione del premier, ma finita nel freezer degli amori perduti di Renzi dopo aver parlato troppo, e nel modo sbagliato (cioè: critico), su alcuni provvedimenti della Stabilità e aver gestito male il cosiddetto «730 precompilato», sui cui invece Renzi aveva speso annunci. Perciò già da mesi si parla di una rimozione soft per la Orlandi, appena sarà il momento (già pronto il successore: Ernesto Maria Ruffini, tributarista renziano da poco nominato ad di Equitalia).Farà la stessa fine Cantone? «Non è possibile - risponde lui alla domanda impertinente -, perché il mio ruolo finisce nel 2020 e fino al 2020 resto». Insomma se non lo rimuovono è perché ha il contratto bloccato, come dicono gli allenatori quando entrano in crisi con la società. Ultimamente anche al supermagistrato, che entrò nel toto-ministri di Renzi, qualche parola di troppo è sfuggita. La soglia del contante alzata dal governo a 3mila euro, ad esempio, non gli è sembrata una grande idea: «Sono contrario, l'ho detto, così non si fa lotta all'evasione». Peggio ancora sugli indennizzi agli obbligazionisti delle banche fallite, tema che sta molto a cuore a Renzi (caso Boschi-Etruria). Il ritardo negli arbitrati, ha spiegato Cantone, è perché «esistono nodi politici da sciogliere». Tradotto: è colpa loro, mica mia. Cose più che sufficienti per perdere le simpatie del premier.