Pesto, 'nduja e vermut: l'Italia ha un altro gusto

Sono molti i nostri prodotti insospettabili che spopolano nel mondo L'Inghilterra impazzisce per la salsa ligure, gli Usa per lo spritz

L a mozzarella, va bene. La pizza, uffa. Il Brunello e il Barolo, ok. Ma all'estero spopolano anche altri prodotti italiani, più insospettabili. Il pesto che ha conquistato l'Inghilterra. La 'nduja che un pizzaiolo italiano ha reso di moda a Londra. Il radicchio rosso che spopola in Scandinavia. Il vermuth e lo spritz che fanno impazzire gli americani. E la birra sia industriale sia artigianale.La storia più incredibile è quella del pesto. Pochi sanno che la tradizionale salsa ligure di basilico, pinoli, aglio e formaggio è molto amata in Gran Bretagna, dove se ne consuma (nella versione confezionata) quasi quanto in Italia: i sudditi della Regina ne mangiano ogni anno 4700 tonnellate quando in Italia si arriva a 5900.

Merito di un'azienda storica italiana, l'astigiana Saclà, che esattamente 25 anni fa fece conoscere il pesto agli inglesi e oggi nella golosa Albione è praticamente sinonimo della salsa ligure, che la famiglia Ercole produce tuttora raccogliendo il basilico fresco da giugno a settembre in Liguria e nel basso Piemonte (1200 tonnellate ogni anno), lavorandolo entro 24 ore, chiudendolo ermeticamente e sottovuoto nei barattoli e pastorizzandolo. Saclà oggi detiene il 57 per cento di un mercato che vale 40 milioni di sterline.Gli inglesi in realtà non si sono limitati ad «adottare» il pesto. Lo hanno anche trasformato nel concept: solo il 75 per cento di loro infatti lo usa come condimento per la pasta, gli altri ci condiscono pizze, focacce, insalate, capresi decisamente poco ortodosse. E anche nel gusto: gli scaffali dei supermercati inglesi (compresi Waitrose e Fortnum&Mason) sono pieni di pesti alternativi, da quello «glutenfree» a quello ai pomodori secchi, dal pesto alla rucola al pesto al coriandolo, da quello «free from» adatto a vegetariani e vegani, a quello in confezioni monodose.

Il pesto è anche celebrato nel libro «Con Gusto. Come il cibo italiano ha conquistato la Gran Bretagna» scritto dal foodwriter Bill Knott, presentato a Londra lo scorso 3 marzo proprio in occasione dei festeggiamenti del quarto di secolo del pesto Saclà nel Regno Unito.

Altro caso curioso quello della 'nduja. Il salame piccante spalmabile originario di Spilinga, nel vibonese, spunta ormai ovunque nei menu dei ristoranti non solo italiani della Gran Bretagna. Merito (anche) di Francesco Mazzei, giovane chef calabrese che anni fa inventò la pizza calabrese per Pizza Express: un successo tale - soprattutto in Medio ed Estremo Oriente - che la catena tuttora compra milioni di sterline di 'nduja (che gli inglesi pronunciano con la «g» proprio come a Spilinga). Oggi Mazzei, dopo aver spopolato all'Anima di Shoreditch con le sue capesante alla 'nduja, lavora alla Sartoria, altro ristorante italiano chic. E del suo lavoro beneficia anche la Roncadin, azienda friulana che produce pizze surgelate (65 milioni l'anno di cui oltre due terzi esportate): quella alla nduja è ormai nella top five.E il radicchio? Il rosso ortaggio di Treviso, che vanta la tutela dell'Igp, punta forte sul mercato straniero, anche grazie alla presenza nella grande distribuzione. Pochi sanno però che il radicchio è particolarmente amato nei Paesi del Nord Europa, soprattutto in Scandinavia ma anche in Germania e Olanda.

Non c'è ristorante stellato di Copenaghen o Stoccolma in cui non compaia una ricetta con il radicchio, molto gradito per il gusto amarognolo e per il colore insolito e autunnale. Qualche anno fa il radicchio fu portato da una carovana di vecchie Fiat Cinquecento attraverso le strade di tutta Europa fino a Capo Nord. Per dire.E il bere? Della passione mondiale per il vino italiano si scrive spesso. Ma gli stranieri amano anche riempirsi il bicchiere di altri sorsi di Italia. La passione per l'aperitivo italian style ha conquistato soprattutto gli States, dove spopola lo Spritz (tre parti di vino bianco, due di Aperol o Campari, una di soda) che da noi è l'entry level dell'happy hour e là costa fino a 15 dollari. E da qualche anno non solo negli Usa ma anche in Italia fa molto chic inserire nei cocktail il vermut (che ormai in Italia vanta molte produzioni di nicchia di altissimo livello) e i liquori italiani come il Fernet e il Cynar. Che sono già in qualche modo dei cocktail dall'aromaticità sorprendente e quindi finiscono nei miscelatori dai bartender di tutto il mondo.Infine la birra, bevanda un tempo nordica e oggi invece ravvivata da un po' di italian touch. Chi non ha mai visto una bottiglia vuota di Nastro Azzurro abbandonata sulla strada di una metropoli europea? Nel 2015 le esportazioni birrarie nostrane hanno fatto segnare un clamoroso +27 per cento. E il bello è che siamo andati a espugnare anche mercati blindati» come quello inglese. Molto apprezzate anche quelle artigianali, nelle quali il talento italiano per le produzioni «di nicchia» si esprime al massimo. Prosit. Santé. Macché: salute.