Un petroliere per Trump Segretario di Stato un altro amico di Putin

Il ceo di Exxon prevale su Romney e Petraeus La Cia: Wikileaks e Mosca decisivi per Donald

Dopo i militari i petrolieri. E come se non bastasse, visto il clima che agita gli ambienti anti Trump, petrolieri sospettati di simpatie filo russe. Donald Trump ha, infatti, scelto come Segretario di Stato il numero uno della Exxon Mobil Rex Tillerson famoso per aver stretto nel 2011 un'alleanza con Rosneft, la più importante compagnia di stato russa. Un'alleanza che ha permesso alla Exxon di avviare una decina di accordi di ricerca e co-produzione sui territori di Mosca. La nomina di Tillerson minaccia quindi di alimentare le già burrascose polemiche sollevate venerdì dopo le accuse rivolte a Trump dalla Cia e da altri settori dei servizi segreti americani. Accuse così devastante da sconfinare nel surreale. A dar retta alle indiscrezioni alimentate venerdì dalle agenzie d'intelligence americane la vittoria di Trump sarebbe un regalino della Russia di Vladimir Putin. Un regalino confezionato grazie agli hacker arruolati per svuotare gli archivi digitali dei comitati elettorali americani e alla complicità di una Wikileaks incaricata di diffondere soltanto i documenti lesivi della credibilità di Hillary Clinton.

L'indiscrezione, rilanciata con gran risalto dal Washington Post e dai grandi media, sembrerebbe più il colpo di coda dell'agonizzante apparato di potere obamiano che non un solido atto d'accusa. Anche perché se l'imputazione fosse reale bisognerebbe interrogarsi sull'utilità di un'intelligence così sprovveduta da permettere al «nemico» Putin di condizionare il voto americano. Non a caso ieri Trump liquidava tutto con una semplice battuta. «Quella stessa gente ricordava - ci ha raccontato che Saddam Hussein aveva le armi di distruzioni di massa». L'aspetto più sorprendente dell'ultimo tentativo di presentare Trump come una marionetta della di Mosca è però la deferente credulità con cui i giganti dell'informazione rilanciano anche le accuse a quella Wikileaks di Julian Assange descritta un tempo come la nuova musa della libertà d'informazione.

«Le agenzie d'intelligence sentenziavano ieri Washington Post e New York Times - hanno identificato gli individui legati al governo russo che hanno fornito a Wikileaks migliaia di mail sottratte al comitato nazionale Democratico». Eppure solo sei anni fa il New York Times negli Usa, il Guardian in Inghilterra, Der Spiegel sul fronte dei settimanali tedeschi - affiancati qui da noi da due testate simbolo dell'informazione radical-chic come Repubblica e L'Espresso - facevano a gara nel pubblicare le indiscrezioni di Wikileaks, le pagavano a peso d'oro e le magnificavano come il simbolo della nuova informazione. «Ignorare questo materiale scriveva il New York Times giustificando la diffusione di 250mila dispacci sottratti Dipartimento di Stato - priverebbe i nostri lettori di un resoconto accurato e di una analisi consapevole, esattamente ciò che si attendono quando questo tipo di informazioni divengono pubbliche». Per Der Spiegel grazie a Wikileaks «la comprensione degli eventi risulta profondamente arricchita. E questo basta a farci preferire la trasparenza anziché le normative nazionali in materia di riservatezza». E L'Espresso denunciava così il boicottaggio della raccolta di fondi destinati a Wikileaks da parte di carte di credito e grandi banche. «Il sito fondato da Assange è stato sottoposto a un blocco economico che non ha precedenti nemmeno per le peggiori organizzazioni razziste. Un modo evidente per strangolarlo. La sua colpa? Aver rivelato troppe verità scomode». Ma da quando ha affondato Hillary Clinton l'amato paladino della libertà di stampa sembra aver perso ogni legittimità. E così nel panorama della «verità» internazionale disegnato dai giganti dell'informazione Wikileaks e il suo demiurgo Julian Assange si ritrovano improvvisamente retrocessi al ruolo di volgari «strilloni» della Russa di Putin.