Iran, per l'Italia ora un business da 3 miliardi

Petrolio, auto e grandi opere: le nostre imprese alla conquista di Teheran

Oil&gas, trasporti, edilizia residenziale, costruzione di grandi opere, difesa. Riparte da qui la corsa delle imprese italiane alla conquista dell'Iran dopo il congelamento di tutte le sanzioni. Una serie di opportunità che la Sace, l'agenzia italiana per il credito e l'export, ha quantificato in 3 miliardi al 2018. Oro colato con un'Europa che stenta a riprendersi, lo tsunami greco e l'instabilità che sta colpendo la Cina. Un «clima» economico che accentuerà nei prossimi mesi la concorrenza tra i big player italiani ed europei impeganti a recuperare le posizioni perse in questi anni di embargo.

Quote di mercato in parte erose da Cina, India, Russia e Brasile che, negli ultimi anni, avendo meno vincoli, si sono guadagnati una posizione importante all'interno del Paese. Guardando alle singole società di Piazza Affari, gli analisti di Equita spiegano che nel mercato oil (l'Iran è il quarto Paese al mondo per riserve di greggio e il secondo per il gas), si avrà un doppio effetto per Eni. «Da un lato il rimborso dei crediti incagliati (800 milioni)e il potenziale investimento nella produzione in Iran avrà riflessi positivi sul titolo. Tuttavia - aggiugono gli analisti - il ritorno di un produttore Opec così importante dovrebbe avere impatti (a medio termine) negativi sui prezzi del petrolio».

D'altra parte, nel Paese potrebbero esserci opportunità di sviluppo per la controllata Saipem che - con il taglio degli investimenti da parte delle major internazionali - cerca nuove opportunità commerciali. In questa direzione anche Tenaris e Danieli (negli anni 90 ha costruito due acciaierie a Esfahan e a Yadz) potrebbero ottenere nuove commesse per l'ammodernamento dell'industria petrolifera. «Per Saras, invece, la pressione sul prezzo del petrolio, spingerà i margini di raffinazione, ma incasserà un peggioramento sul circolante per effetto dei pagamenti di greggio iraniano sospesi dall'embargo». Il secondo settore di opportunità, sarà quello dell'automotive. L'Iran era un mercato da 1,5 milioni di immatricolazioni di veicoli all'anno nel periodo pre-inasprimento sanzioni del 2011, e ora si attende un ritorno sopra i 2 milioni di unità all'anno. Questo soprattutto per la necessità di rinnovare un parco circolante (14 milioni di veicoli). In prima linea per il ritorno nel Paese ci sono le francesi PSA e Renault. Ma Fca potrebbe ritagliarsi un qualche spazio dopo gli accordi del 2005 poi saltati con l'embargo. Sul fronte delle infrastrutture c'è ancora prudenza, ma Salini, Condotte, Astaldi guardano a possibili nuove grandi opere.

«Per il medio-lungo termine, Teheran non potrà non dotarsi di un'industria e di infrastrutture adeguate» spiega un analista ricordando che «anche i trasporti offriranno buone prospettive, in particolare sul fronte treni e ferrovie». Tra le small cap, Equita ricorda che Landi Renzo e Sabaf (componenti domestici) hanno storicamente avuto importanti contributi al fatturato dall'Iran (prima delle sanzioni fino al 10-12% del fatturato per Landi Renzo e in area 6-7% per Sabaf). E così sono già iniziate le grandi manovre e il ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi ha annunciato l'organizzazione di una missione italiana alla guida delle numerose aziende (secondo prime stime potrebbero essere circa 500) interessate a riaprire le relazioni. Anche Banca Intesa si candida per «affiancare le imprese italiane che sono presenti a Teheran o che sono pronte ad investire».

Commenti
Ritratto di giuseppe zanandrea

giuseppe zanandrea

Ven, 17/07/2015 - 08:07

sarebbe la stessa cosa in Libia e nel Magreb se gli USA smettessero di destabilizzare il Medioriente in funzione anti EU. Quando capiremo che sono proprio gli americani i veri nemici dell' Europa. Prima hanno invaso il mondo bancario coi derivati e ora impediscono il decollo economico di Paesi come Italia e Francia che in Medioriente e Africa hanno vicinanza culturale e geografica! Dannati yankees!!