Pier Silvio neutrale sul governo: "Sono più preoccupato per il Milan"

L'ad di Mediaset: "Bene una legge contro tutti i conflitti d'interesse"

«Ben venga una legge sul conflitto di interessi». Non lo dice un esponente politico di sinistra ma, in modo apparentemente sorprendente, Pier Silvio Berlusconi, il figlio dell'ex premier proprietario dell'impero Fininvest che da un quarto di secolo è al centro di una furibonda battaglia sulla questione. «Ben venga una legge se riguarda tutti i conflitti di interesse, non solo uno», aggiunge l'amministratore delegato di Mediaset, abituato a parlare chiaro, riferendosi al padre. «Ho sentito il neo premier Conte parlare, come poche volte, in modo non ideologico». Insomma, se si facesse una legge non contra personam, dalle parti di Cologno non sarebbe sgradita. Del resto, nonostante il genitore sia rimasto fuori dal governo penta-leghista (per il netto rifiuto da parte dei grillini), Pier Silvio non teme «nessun tipo di reazione nei nostri confronti, sarebbe fuori dal mondo e non avrebbe nessun senso». «Piuttosto - aggiunge con una battuta ai cronisti al termine della presentazione della task force per i prossimi Mondiali di calcio in Russia - sono più preoccupato dal Milan che dal governo». Perché - spiega - «ritengo un fatto positivo che l'Italia abbia finalmente una guida dopo tanta attesa. Anche perché io faccio il manager e faccio impresa in Italia, la stabilità è la cosa più importante. Quanto a me, non ho né un'opinione né un giudizio. Vedremo che cosa faranno e poi capiremo». Berlusconi jr sa di essere in un campo minato e scandisce bene le parole: «Al di là delle cose dette in campagna elettorale, siamo un'azienda che sta sul mercato da anni, lo abbiamo sempre fatto e lo faremo ancora». Mediaset è «un'azienda che opera in un settore cruciale e merita rispetto non solo per l'importanza, ma proprio perché opera in un settore particolare come editoria e tv».

Insomma il messaggio rivolto al nuovo esecutivo è chiaro. Nessuna ritorsione, massima collaborazione. Del resto l'Italia, nonostante rimanga - con la tv gratuita - il core business di Mediaset, è da tempo troppo piccola per permettere a una grande azienda di restare sul mercato e sopravvivere alla crisi economica. Dopo il mancato accordo con Vivendi e il difficile momento che è seguito alla rottura del contratto da parte della società francese, la strada obbligata per Mediaset resta «lo sviluppo internazionale anche attraverso partnership», lasciando intendere possibili alleanze con altri broadcaster esteri. «Un'unione internazionale della tv free non l'ha fatta nessuno, noi con Italia e Spagna siamo gli unici che lo possiamo fare». «È veramente dura perché l'Italia è un Paese in difficoltà - ha proseguito - l'editoria è un settore in una situazione terribile, dove sono convinto che non ci sarà mai un aumento dei ricavi. Spero di potervi raccontare presto una storia di prospettive diverse».

Dal punto di vista televisivo, l'ad conferma di mantenere in vita l'offerta di Mediaset Premium basata su cinema e serie, auspica che nel nuovo clima di rapporti distesi e accordi commerciali con Sky, Canale 5, Rete4 e Italia 1 possano tornare presto sul telecomando della tv satellitare e annuncia anche colloqui in corso con Netflix per collaborazioni sui contenuti e anche coproduzioni. Insomma, ormai, tutti i broadcaster trasmettono su ogni piattaforma. Quel che conta è solo l'offerta.