A Pistorius sei anni di carcere ma fra tre potrà tornare a correre

Pena mite per il velocista accusato dell'omicidio della fidanzata. Grazie alla buona condotta sarà libero nel 2019

Luciano Gulli

Lei si chiama June Steenkamp, ha 69 anni e fino a tre anni fa aveva una figlia, Reeva, bella e bionda come il sole.

Gliel'ammazzò con quattro colpi di pistola - per sbaglio, ha sempre sostenuto lui uno sbalestrato con la faccia da bambino buono, ma con una personalità quantomeno deviata; uno con le gambe finte, al titanio, uno che per anni ha recitato il ruolo dell'eroe. Oscar Pistorius, ricorderete. Quello che fino al 2013 era stato per tutti l'ineguagliato campione olimpico del «volere è potere»; l'icona di milioni di disabili per i quali Pistorius era Blade Runner.

«Qualsiasi cosa deciderà la corte sono pronta a perdonarlo disse due anni fa, all'apertura del processo a Oscar mamma June -. Prima però voglio obbligarlo a guardarmi, perchè veda il dolore e l'angoscia che mi ha inflitto». Non sappiamo se ieri, alla lettura del verdetto che lo ha condannato a sei anni di carcere («solo 6?», si domanda il mondo? E, se si comporterà bene, tra 3 anni potrà tornare a correre in libertà) mamma June fosse presente. Ma quel suo sguardo anche se Pistorius non ha mai avuto il coraggio di sostenerlo, restando sempre a testa bassa in sua presenza - ; quello sguardo resterà per sempre confitto sulla sua coscienza.

Sei anni. Contro i quindici che di solito si infliggono in Sudafrica per un omicidio. Sei anni: ma solo tre da passare dietro le sbarre. Il resto ai domiciliari. Sembrano pochi, vero? E ora tutti, non solo in Sudafrica, si pongono le stesse domande che i cronisti arrivati a centinaia da tutto il mondo si rivolgevano due anni fa, all'apertura del processo. È bianco, ha la faccia da bravo ragazzo, è famoso, gli mancano anche le gambe Ma è anche un paranoico dal grilletto facile, Blade Runner. Credere alla sua versione? Impossibile. Invece se la cavò. Gli andrà bene anche stavolta, opinarono in molti al processo d'appello, quando Pistorius si presentò in aula in lacrime e senza protesi. Anche perché, a giudicarlo, come prescrive la legge sudafricana, c'era lo stesso giudice del primo grado: una donna, una nera, Thokozile Masipa, diventata nel 1998 la seconda donna nera a vestire la toga da magistrato del Paese. Quel giudice monocratico nera di pelle, con alle spalle una storia familiare di umiliazioni, da «capanna dello zio Tom» - era sembrata un'«aggravante», al tempo del primo processo. Lei, nera, farà «nero» lui, dicevano alcuni. E invece. Ci furono polemiche, polemiche durissime due anni fa, quando l'ex eroe fu condannato a (soli) 5 anni per omicidio colposo. In Appello, dove si procedeva per omicidio volontario, non più «colposo», la sentenza non è cambiata, nella sostanza. Sei anni invece di cinque. Anche se a tutti parve evidente, allora come oggi, che se uno spara quattro colpi di pistola contro la porta del bagno, intuendo una presenza umana al di là, non ignora di poter uccidere.

Va detto tuttavia che neppure i detrattori del giudice Masipa, che da bambina portava il tè ai signori bianchi nella grande casa in cui è cresciuta ai tempi dell'apartheid, se la sentono di mettere in dubbio la sua integrità. Il colore della pelle, le pressioni dell'opinione pubblica non l'hanno influenzata, vien da pensare. Il che, detto di un giudice, sarebbe onorevole. Ma se l'avessero influenzata in senso contrario, spingendola a una clemenza che suona oggettivamente stridente? Una pena più alta, ha detto lei, ricordando che i genitori di Reeva avevano perdonato Pistorius, «non sarebbe stata nell'interesse della società». E poi lei, la Masipa, sembra credere al rimorso di Pistorius, al suo desiderio di spendersi a favore dei bambini disabili avviandoli allo sport, come fece lui superando di slancio il suo handicap.

Eppure, la sensazione che «giustizia non è stata fatta» per la povera Reeva, che era bella e bionda come il sole, ma si era messa senza saperlo con uno schizzato, rimane.