Il pm che indaga l'ex sindaco gli deve ancora 30mila euro

Orsoni finì in manette a Venezia per finanziamenti illeciti legati al Mose. Ma come legale aveva tra i clienti alcuni familiari del magistrato che faceva parte del pool

Da accusato ad accusatore. L'ex sindaco di Venezia in quota Pd, Giorgio Orsoni, indagato nell'inchiesta Mose per finanziamento illecito ai partiti (per la quale il 4 giugno del 2014 era stato arrestato, restando per otto giorni ai domiciliari), fa causa al pm Paola Tonini, che era una dei magistrati veneziani nel pool al quale era stata affidata l'indagine.

L'inversione dei ruoli, che in laguna sta facendo molto rumore, si spiega con una dozzina di vecchie parcelle non pagate dalla toga all'ex sindaco, che è avvocato, per un valore di circa 70mila euro, 30mila dei quali relativi a prestazioni professionali che riguarderebbero direttamente il pm Tonini. Soldi che Orsoni chiede ora al magistrato e ad alcuni suoi familiari che negli anni passati, e fino al 2012, erano stati suoi clienti, rivolgendosi al tribunale civile di Venezia.

Due giorni fa, alla prima udienza, la toga dell'inchiesta Mose chiamata in causa dal «suo» indagato ed ex legale, però, non s'è vista. A costituirsi in giudizio è stato invece suo marito, sostenendo in una memoria che Orsoni era il suo legale, non quello di sua moglie, e negando comunque l'esigibilità di quel credito. L'ex sindaco, però, avrebbe dalla sua la firma della Tonini sui mandati, che proverebbe il rapporto diretto dell'avvocato veneziano con il magistrato che ha indagato su di lui, prima di astenersi proprio perché in passato era stata rappresentata da Orsoni.

Ma c'è un altro aspetto controverso in questa insolita vicenda. L'esistenza di questo scomodo rapporto di credito tra il pm e l'avvocato-sindaco sarebbe infatti rimasta nascosta a tutti nella procura della Repubblica di Venezia nella fase in cui le indagini sul Mose proseguivano tra arresti clamorosi e titoloni sui giornali, coinvolgendo appunto lo stesso ex primo cittadino. Secondo alcuni rumors , sarebbe stato proprio Orsoni a segnalare al procuratore capo che quel magistrato del pool che indagava anche su di lui era stata sua cliente in tempi non remoti, come peraltro anche altri familiari del magistrato, e che l'indagato sosteneva di vantare un credito nei suoi confronti di decine di migliaia di euro.

Soltanto a quel punto il pm Tonini - che fino a quel momento aveva preso parte a gran parte degli interrogatori e delle attività di indagine, comprese quelle che riguardavano l'ex sindaco - avrebbe cessato di firmare gli atti dell'inchiesta Mose relativi alla posizione di Orsoni, lasciando l'incombenza ai suoi colleghi. Da ambienti vicini all'ex sindaco, inoltre, qualcuno sottolinea come, pur non firmando le carte, di fatto il magistrato avrebbe continuato a lavorare all'indagine sul Mose insieme al resto del pool.

E la questione non è una mera curiosità. Proprio in questi giorni, infatti, si dovrebbe conoscere il futuro «processuale» di Orsoni, uno dei dodici indagati nell'inchiesta sul Mose che non hanno scelto il patteggiamento, e l'unico del gruppo - insieme all'ex europarlamentare azzurra Lia Sartori - ad essere indagato soltanto per finanziamento illecito e non per corruzione. Proprio per questo motivo, circa una settimana fa i due legali dell'ex primo cittadino della città lagunare hanno presentato un'istanza agli altri due pm del pool (oltre alla Tonini), Stefano Ancilotto e Stefano Buccini, chiedendo l'archiviazione di Orsoni oppure, in subordine, di stralciare quantomeno la sua posizione da quella degli altri indagati.

In caso di rinvio a giudizio, insomma, i legali vogliono che l'ex sindaco ed ex avvocato del pm Tonini venga processato dal tribunale in composizione monocratica e non collegiale, come previsto dal codice per il reato di finanziamento illecito.