Pm e politico, basta doppia casacca

Intellettuali organici, magistrati organici. Con un piede di qui e uno di lì. I giudici non solo devono essere imparziali, devono anche apparire tali. Quante volte lo avete sentito? Un magistrato che fa la spola tra i palazzi del diritto e quelli della politica difficilmente apparirà super partes. Nell'assedio giustizialista contro il neosindaco Virginia Raggi alla vigilia del ballottaggio, il commissario Pd a Roma Matteo Orfini, giudice pro tempore, sentenzia: «Parla di onestà e commette reati. È una violazione della legge Severino». Intervistato da Alessandro de Angelis sull'Huffington Post, il magistrato vero, seppure in aspettativa, Alfonso Sabella fa eco: «A questo punto l'avviso di garanzia alla Raggi è un atto dovuto. Per colpa o per dolo siamo davanti all'ipotesi di reato continuato di falso ideologico in atto pubblico». Apriti cielo. La notizia rimbalza su siti e giornali ma quattro giorni dopo, all'indomani del formale rimprovero di Marco Travaglio, Sabella invia una lettera al Fatto quotidiano per precisare che lui intendeva dire che «l'iscrizione nel registro degli indagati», non già l'avviso di garanzia, fosse un «atto dovuto». Il cronista esprime «stupore» per la rettifica posticipata, «dopo ben quattro giorni in cui non è arrivata alcuna smentita all'HuffPost, né alcuna richiesta di precisazione, formale o informale». Sia come sia, nell'ultimo anno e mezzo la parabola professionale di Sabella è parsa ondivaga. Chiamato da Ignazio Marino a ricoprire l'incarico di assessore alla Legalità nel dicembre 2014, Sabella si è ritrovato a sbrogliare la complicata matassa degli appalti romani e di Mafia Capitale, «perdendo per dieci mesi oltre 3mila euro del mio stipendio mensile così scrive a Travaglio e rimanendo per altri otto mesi senza», in quanto magistrato in aspettativa non retribuita. Poi, con la fine anticipata della giunta Marino, il magistrato autore de Il cacciatore dei mafiosi, racconto autobiografico della crociata contro i boss nel pool palermitano di Giancarlo Caselli, è rimasto incagliato in un limbo indistinto. Di qua la politica, di là la magistratura. In attesa del ricollocamento come giudice a Napoli a opera del Csm, si è ventilata dapprima l'ipotesi di un incarico come responsabile anticorruzione a Palazzo Chigi. Poi, mentre i mesi passavano e la nomina languiva (manca ancora il via libera del Guardasigilli Andrea Orlando), si è appalesata l'opzione Giachetti: in caso di vittoria del candidato Pd, Sabella sarebbe diventato il suo capo di gabinetto. Sappiamo com'è andata a finire. Giachetti ha perso e il Csm ha aperto un fascicolo per le dichiarazioni sulla Raggi, i membri della prima commissione dovranno stabilire «in che termini un magistrato possa esprimersi con dichiarazioni pubbliche su un'inchiesta che allo stato delle dichiarazioni era soltanto ipotetica». Qualche settimana fa, ospite a Virus su Rai2 insieme a Sabella, gli manifestai la mia perplessità sull'opportunità dell'esposizione personale di un magistrato, pendente un procedimento per il suo ritorno in servizio, in una campagna elettorale che per giunta, in caso di vittoria Pd, gli avrebbe conferito un beneficio diretto (la nomina a capo gabinetto). «Io lo faccio per puro spirito civico», rispose lui. Non ho motivo per dubitare di ciò. Resta il fatto che negli ultimi giorni di una competizione politica avvelenata, a suon di insulti e minacce reciproche, certi giudizi siano parsi un po' sopra le righe. Nessuno impedisce ai togati, a un certo punto della vita, di cambiare mestiere, aspirare a incarichi politici e candidarsi in libere elezioni. Purché la scelta sia chiara, trasparente e definitiva.