Podemos contro Ciudadanos La Spagna riparte dai giovani

Oggi in 35 milioni sono attesi alle urne in Spagna per le elezioni «locali» (municipali e regionali). Ma non sarà un voto amministrativo come gli altri: sarà il primo test politico in uno scenario mai visto prima nella storia post-franchista.

In Spagna il bipartitismo è morto, il big bang cominciato con le piazze degli indignados ha prodotto una costellazione di formazioni nuove, mentre quelle storiche - il Partido Popular al governo con Mariano Rajoy e il Psoe ora guidato da Pedro Sanchez dopo gli anni d'oro dello zapaterismo - vedono erodere consensi e credibilità. A soffiarglieli non è solo Podemos: il partito di Pablo Iglesias vive, anzi, la sua prima crisi. Sul fronte interno, con le dimissioni a fine aprile del cofondatore Juan Carlos Monedero proprio in polemica con Iglesias, per il suo indirizzo «troppo di sinistra». E su quello del gradimento: a marzo i sondaggi dell'istituto Metroscopia lo vedevano davanti a Popolari e Socialisti; gli ultimi, di pochi giorni fa, ne decretano la discesa al 17%. Davanti, oltre ai due «grandi vecchi», c'è Ciudadanos, vera novità politica di queste elezioni comunali e regionali.

L'exploit del partito arancione è stato persino più dirompente di quello di Podemos, di cui rappresenta una sorta di versione di centrodestra.

Il suo leader, l'avvocato 37enne Albert Rivera, ex giocatore di pallanuoto, si è fatto conoscere con campagne d'effetto, come quando (2006) posò nudo sui manifesti, con lo slogan «C'importa solo delle persone». Seguirono le risposte in castigliano al presidente del Parlamento di Barcellona Artur Mas, che invece si esprimeva in catalano: pur essendo nato a Barcellona, Ciudadanos è un partito europeista e anti-indipendentista. Come Podemos promette lotta alla corruzione e promuove un uso «dal basso» della Rete. Secondo un sondaggio della radio Cadena Ser, oggi supera il 19% delle preferenze, a un soffio dal 22% del PP e dal 21% del Psoe. A completare il quadro c'è una sinistra sparpagliata e divisa in partiti più piccoli, da Izquierda Unida all'UpYd (Unione, progresso e democrazia) nata da una costola dei socialisti. Un universo frammentato il cui effetto rischia di essere la paralisi: è accaduto già in Andalusia, dove si è votato il 22 marzo scorso e da 60 giorni i socialisti, pur vincitori, non riescono a eleggere Susana Dìaz alla presidenza della giunta regionale. La differenza vera la faranno i neo diciottenni: la loro affluenza sarà molto più alta delle precedenti amministrative, una «ipermobilitazione» di oltre 386mila elettori che per la prima volta infileranno la scheda in un'urna. Una generazione nuova - «alternativa» a quella dei loro genitori - destinata a delineare il nuovo volto politico del Paese.