Il «poeta» Matteo col vizio delle citazioni

Roma Citarsi addosso , come e più del libro che affermò nei Settanta il genio di Woody Allen. Matteo Renzi non ce l'ha fatta; ancora una volta al mestrino di Rignano sull'Arno è scappata. La citazione. Scivolata via sulle ali del liquido pensiero che non offre appigli, eccola spumeggiare al termine dei discorso che il premier offre alle aule di Montecitorio e Palazzo Madama. Anche perché, come scrisse Heinrich Heine, «non c'è nulla che come un paio di citazioni molto erudite adorni un uomo».

Dunque attesa e inattesa allo stesso tempo, offerta come sempre senza il garbo di un orizzonte culturale, eccola ancora scolpire verità inafferrabili come l'apostrofo rosa tra le parole ti amo . «Vorrei concludere il mio intervento con una poesia d'amore...», introduce. Quindi giustifica, avvertendone per un attimo lo stridio: «Può sembrare strano che si citi una poesia d'amore quando si parla di una vicenda terribile, di morte... È una poesia di un poeta spagnolo che dice: l'aria ormai è quasi irrespirabile perché non mi rispondi. Tu sai bene che quello che io respiro sono le tue risposte . E ora soffoco... ». Cominciamo a soffocare anche noi, di fronte al poeta madrileno Pedro Salinas. Ma il maestrino dalla piuma rossa insiste, impone la didascalia: «Eliminate per un attimo la parte dedicata al rapporto di due persone che si amano. Prendete un ragazzo chiuso a chiave nella stiva e pensate a come muore soffocato dalla mancanza di risposte della comunità internazionale che in questi anni ha pensato che l'Africa non fosse una priorità...». È troppo. Soffoca ora anche l'aula, che cerca soffi vitali nelle urla di contestazione. Il professor Renzi si muta nel ragionier Fracchia: «Lasciamo da parte la demagogia, torniamo a essere umani almeno in questi momenti».

Com'è umano lui. Frullato di citazioni che spaziano da Walt Disney a Wikipedia, il capo scout diplomato 60 sessantesimi al liceo Dante e laureato 109/110 con tesi su La Pira, ama le citazioni come la finocchiona nel pane sciapo. Emulo di Enzo Biagi, che si dichiarava umilmente «bisognoso d'appoggi», ma non di Voltaire, che detestava il citare (specie a sproposito), il premier già nel discorso di chiusura del semestre europeo a Strasburgo incorse nello stesso inciampo. «Permettetemi di chiudere citando un grande personaggio della storia della mia città...». E giù l'Alighieri, canto XXVI, quello del fatti non foste per viver come bruti ma per seguire virtute e canoscenza , tanto e solo per dire che l'Europa si trova «di fronte a un bivio»: la brutalità, ovvero la demagogia, o la canoscenza . Poco prima, s'era dilettato con Telemaco e «il diritto a essere eredi».

Puntello claudicante d'una retorica da scuola media, vacuo riempitivo delle voragini di governo, la citazione per Renzi è molto più d'un vezzo. È un vizio. Un «metadone» ( copyright Enrico Letta) nel quale la Gigliola Cinquetti canta assieme allo storico Hobsbawn, Bersani è (naturalmente) il cantante Samuele e non il suo predecessore, l' Ulisse di Joyce precipita nel tostapane di Clint Eastwood («Se vuoi una garanzia allora comprati un tostapane», la mirabilia citata da Matteo). Centrifuga da bar di periferia da sorbirsi in fretta, prima del cinguettio d'un tweet , prima che gli cada addosso un Walter Benjamin pesante: «Le citazioni sono come briganti ai bordi delle strade, che balzano fuori armati e strappano l'assenso dell'ozioso viandante». E noi, viandanti, soffochiamo una volta di più.