Il canto libero del "Fidelio" tiene alla larga le istituzioni

Dopo decenni, mancano sia il capo dello Stato sia il presidente del Consiglio. Un vuoto di potere proprio oggi che il potere attraversa una profonda crisi

Mi si nota di più se ci vado o se non ci vado? Stavolta sembra proprio che la Prima l'abbia organizzata direttamente Nanni Moretti, riproponendo a tutti il suo famoso dilemma. Facendo i conti, la seduta di autocoscienza collettiva si risolve con una schiacciante vittoria del no. Mai successo alla Scala: si parla più degli assenti che dei presenti. La solita corsa ad annotare tutti i nomi di potentissimi, vip e belle gioie, con il terrore di perdersene qualcuno come il Pizzaballa degli album Panini, si risolve in una mesta conta di chi se n'è rimasto a casa.

Niente Napolitano, che ha altro per la testa. Niente Renzi, che proprio non ce l'ha fatta a trovare un buco libero nei diversi palinsesti televisivi, pubblici e privati. Non c'è nemmeno una - almeno una - delle sue ministre sbarbine, che almeno tengono sempre su l'interesse rosa. Da Roma arrivano solo il presidente del Senato, cioè del palazzo in via di demolizione, Pietro Grasso, nonché il ministro della cultura Dario Franceschini. Mettiamoci anche Christine Lagarde, direttore del Fondo monetario, vale a dire una delle nostre arcigne badanti, mettiamoci pure il duo Pisapia-Maroni, rappresentanza locale, mettiamoci qualche boiardo e qualche banchiere, aggiungiamoci persino i sopravvissuti di un'altra era glaciale come Monti e Passera, facciamo massa critica con chi ci pare, ma nessuno può ragionevolmente raccontare in giro di una Prima memorabile. È l'anno dell'Expo, è l'anno delle eccellenze italiane, ma la vera presenza da titolo, la più evidente e la più invadente, è quella del vuoto. Vuoto di potere, vuoto di emozioni, vuoto di magìa. Tocca all'imprenditrice e blogger Gabriella Dompè fustigare il sistema-Paese: «È difficile venire qui e metterci la faccia, più facile rimanere a casa e criticare. Io non verrò più alla Prima quando verranno tutti gli altri, ma nei momenti difficili voglio esserci».

Bisogna farsene una ragione, non c'è altro da fare. È una Prima da lamette ai polsi. Una Prima da Xanax. Fuori, non una luce, non un fiore. Dentro, solo un addobbo perché proprio non se ne può fare a meno attorno al palco autorità. Finita la festa. Ciglio umido e tanta malinconia anche quando il maestro Barenboim attacca con l'Inno di Mameli: è un addio, ha le valigie in mano, neppure questo concorre a risollevare il clima. Vuoto di allegria.

Dopo tutto, riescono ancora a fare vera notizia, a quasi cinquant'anni dagli esordi del pioniere Capanna, le intemperanze, i fumogeni, le sassaiole della protesta. Anarchici, antagonisti, occupatori di case, questi sì fissi al loro posto, senza alcuna tentazione di lasciare il posto vuoto. Tanta polizia, due carabinieri e una decina di contestatori feriti: in definitiva, a pochi mesi dall'Expo, lo spot giusto per trasmettere nel mondo la nostra solita reputazione, di un Paese che comunque riesce sempre a sfregiare le sue cose migliori nei modi più rovinosi.

Per contrappasso e bilanciamento, doveroso allora l'omaggio agli altri fedelissimi della grande liturgia scaligera, nemmeno sfiorati dai richiami correnti del vuoto. Non c'è moda, non c'è congiuntura, non c'è dilemma morettiano a farli barcollare: mai e poi mai rinuncerebbero a questa serata. Immancabili i veri melomani, guidati da Giorgio Squinzi, presidente Confindustria, e tra loro menzione speciale per Valeriona Extralarge Marini (appassionata sincera, basta con le ironie cretine). Meriterebbero l'Ambrogino d'oro, questi puristi, perché in fondo sono gli unici che alla Prima vengono - da sempre - per ascoltare bel canto. Ma non è nemmeno il caso di dirlo: alla Prima conta tutto il resto. È per questo che stavolta non saranno i soliti dieci minuti di applausi finali, che ormai per buona creanza non si negano a nessuno, a catapultare la Prima 2014 tra le più gloriose di sempre. Potrebbe essere tranquillamente una Seconda o una Quarta, senza che nessuno noti la differenza. Troppi vuoti, troppo vuoto. Una serata anonima e fiacca, avvelenata e scialba, sovrastata dal vero vuoto che sta bloccando la nostra vita da un tempo troppo lungo: il vuoto d'idee.

Sul palco c'è una fabbrica abbandonata, un capannone dismesso, una periferia degradata. Fuori, nel Paese, ci sono fabbriche chiuse, capannoni vuoti, periferie lasciate a se stesse. Sul palco la tristezza di ferri da stiro, tute e spazzoloni. L'estetica del Mocio. Fuori le preoccupazioni di sindacati, centri sociali, poliziotti in assetto anti-sommossa. La paura del manganello. Sul palco ingiustizie e diritti negati. Fuori proteste e gente che chiede diritti...

Ciò che viene rappresentato sopra il palcoscenico, è sempre metafora di ciò che accade fuori. In tutto il teatro, in tutti i teatri. Immaginiamoci la Scala, la sera della Prima. E la sera della Prima le due ore del Fidelio sono la partitura su cui leggere, se non le contraddizioni del Paese, di certo l'affannosa ricerca della propria identità del massimo teatro italiano, oggi in delicata fase di transizione. Una rivoluzione?

Ecco allora che la storia (contro)rivoluzionaria di una giovane donna con un nome maschile, costretta a travestirsi per riavere ciò che è suo; un uomo-eroe che non salva la sua amata, ma da lei viene salvato; quattro ouverture possibili tra cui scegliere, ognuna perfetta, ognuna criticabile; due sovrintendenti, uno uscente e uno entrante, che si scambiano la staffetta più polemica della storia recente del teatro; e un cast germanico che ruba la scena agli italiani. Tutto ciò rappresenta difficoltà e ambiguità di una Scala - e di un Paese - che non sa più chi è, e che cosa scegliere. Una Scala di passaggio. Tra una settimana ci sarà un nuovo Cda. Il direttore Daniel Barenboim saluta e se ne va: dopo nove anni gli succede Riccardo Chailly che firmerà la Turandot di Puccini aprendo il 1° maggio la Scala-Expo, la vera Prima del 2015.

Poi c'è il nuovo sovrintendente, Alexander Pereira, il quale fa gli onori di casa per un Fidelio che non ha scelto lui, ma il suo predecessore, Stéphane Lissner, il quale ha lasciato la «sua» Scala giovedì, quando ha presenziato alla “primina” degli under 30. Così ha detto addio. Oddio. E adesso? Che fine faranno le “vedove” di Lissner, le Signore di sala e gli intellettuali da salotto che gli facevano da corte? Che fine faranno i milanesi-chic, le Sotis e la Aspesi, per la quale lo scorso anno si aprirono, e solo per lei, le porte della “primina”, altrimenti vietata ai giornalisti? E ieri sera - ecco la vera rivoluzione del teatro - non era neppure in sala stampa, di sopra.

Intanto, di sotto, nel teatro, scenografie povere, tagliate dalla spending review . Fuori i poveri, espulsi da tutto. È una Prima poco glamour , con pochi vip da tappeto rosso, ma con il gotha della finanza al completo, da Passera a Squinzi, e davanti a tutti, con classe, Christine Lagarde. Ecco il cambiamento.

Anche le sciure che non saltano mai una Prima, le Marzotto, le Brivio Sforza, le Falck, quest'anno sono tutte a Saint Moritz per il weekend lungo dell'Immacolata. E hanno lasciato qui la Riccobono. Alla fine è lei la cosa più scintillante della Prima di una Scala che, ora, deve superare il suo passaggio più difficile e ritrovare la propria identità. Per sé, per l'Expo, per il Paese. Per farlo, servirà tutta la granitica fiducia nel proprio coraggio di Leonore e la saldezza assoluta nei valori morali di Fidelio. Exit .