«La polizia arrestò Regeni il giorno in cui scomparve»

La rivelazione di funzionari di polizia e intelligence Il ricercatore sarebbe stato preso dalle forze di sicurezza

Matteo Basile

Il giorno in cui Giulio Regeni è scomparso, il 25 gennaio, sarebbe stato arrestato dalla polizia egiziana e detenuto in una struttura della sicurezza nazionale. È quanto hanno riferito all'agenzia Reuters tre funzionari dell'intelligence e tre della polizia smantellando così la montagna di bugie, omissioni e depistaggi fin qui portati avanti dalle autorità egiziane. Secondo questa nuova, ma non sorprendente versione, il ricercatore italiano sarebbe stato arrestato insieme ad un cittadino egiziano da agenti della polizia in borghese nei pressi della stazione della metropolitana Gamal Abdel Nasser nel giorno in cui il Cairo era di fatto una città militarizzata, per via delle possibili manifestazioni legate all'anniversario dei moti di piazza Tahrir del 2011. Dopo il fermo Regeni sarebbe stato portato alla stazione di polizia di Izbakiya, nei pressi del centro del Cairo, a bordo di un minibus bianco con targa delle forze di sicurezza e poi trasferito a Lazoughili, un complesso della Sicurezza nazionale egiziana. Da lì in poi nessuna traccia, fino al ritrovamento del cadavere di Giulio in strada, il 3 febbraio con addosso i segni di terribili e prolungate torture.

Una tesi alquanto più credibile delle varie ipotesi gettate in pasto ai media internazionali dalle autorità egiziane. Dall'incidente, alla banda di criminali comuni, fino a i rapinatori per poi arrivare ad un generico «gente malvagia» come detto recentemente dal presidente Al Sisi. Che ovviamente ha sempre smentito, al di là di ogni evidenza, qualsiasi coinvolgimento di qualsiasi forza militare o paramilitare nella vicenda.

Un accanimento nelle negazione della realtà che va avanti, imperterrita. «Non vi è alcun legame tra Regeni e la polizia o il ministero degli Interni o i servizi di sicurezza. Non è mai stato tenuto in nessuna stazione di polizia e non è mai stato qui», ha detto Mohamed Ibrahim, funzionario del dipartimento di Comunicazione dell'Homeland Security. «L'unica volta che Regeni è entrato in contatto con la polizia - ha spiegato Ibrahim - è stato quando ufficiali di polizia hanno timbrato il suo passaporto nel momento in cui è atterrato in Egitto. Se avessimo avuto sospetti per quanto riguarda la sua attività la soluzione sarebbe stata semplice: espellerlo». E una fonte del ministero dell'Interno aggiunge. «Non c'era alcun motivo per torturare un giovane straniero che studiava in Egitto, il ruolo della polizia è proteggere, non torturare».

Il punto più debole della difesa d'ufficio egiziano rimane proprio questo. Al di là dei perché, chi avrebbe potuto torturare in maniera così violenta e brutale una persona in territorio egiziano se non qualche membro delle forze di sicurezza? Evidentemente nessuno. E questa ultima «spifferata» getta ulteriore imbarazzo sul governo egiziano, specie dopo la mancata collaborazione con le autorità italiane in quelle che sarebbero dovute essere indagini congiunte. Ma questi nuovi elementi, seppur smentiti, potrebbero finalmente contribuire alla verità, quella vera, sulla morte di Regeni.