Porte chiuse a sette Paesi islamici Rifugiati, precedenza ai cristiani

Cambia la politica di ingressi in Usa: stop di 90 giorni per chi arriva da Stati sulla lista nera. Iran, Onu e 12 Nobel protestano

Valeria Robecco

New York Donald Trump sbarra le porte dell'America ai rifugiati e ai cittadini provenienti da sette Paesi a maggioranza islamica, e fa scoppiare una vera bagarre. Il tycoon aveva detto chiaro e tondo che intendeva dare un giro di vite alla normativa sull'immigrazione per impedire l'ingresso di terroristi nel Paese, e ha mantenuto la promessa. Nella serata di venerdì Trump ha firmato un ordine esecutivo che congela per 120 giorni il programma di ammissione di tutti i rifugiati e indefinitamente l'ingresso di quelli siriani. Dopo i quattro mesi di sospensione verrà data priorità ai profughi cristiani e appartenenti ad altre minoranze perseguitate per motivi religiosi. Inoltre è sospeso per 90 giorni l'ingresso negli Stati Uniti ai cittadini di sette Paesi a maggioranza musulmana (Siria, Libia, Iran, Iraq, Somalia, Sudan, Yemen). Disposizioni che hanno scatenato l'ira dell'Iran, il primo a reagire all'ordine esecutivo: il governo di Teheran ha definito la decisione di Trump «un affronto» e ha annunciato l'attuazione del principio di reciprocità, bandendo l'ingresso dei cittadini americani per «proteggere la dignità del suo popolo». Mentre l'attrice iraniana Taraneh Alidoosti, protagonista del film The Salesman, candidato agli Oscar, ha detto che non sarà presente agli Academy Awards a Los Angeles: «Ho deciso di non andare, anche se potessi».

Gli effetti del decreto si sono iniziati a vedere immediatamente, e chi era già in volo verso gli Usa è stato fermato e detenuto all'aeroporto di arrivo. Dodici persone sono state bloccate allo scalo di New York, tra cui due rifugiati iracheni (in possesso di regolare visto): Hameed Khalid Darweesh, che ha lavorato per conto del governo americano in Irak, poi rilasciato ieri pomeriggio, e Haider Sameer Abdulkhaled Alshawi, giunto negli Usa per ricongiungersi alla moglie (che ha lavorato come contractor per Washington) e al figlio. Gli avvocati che li rappresentano hanno subito presentato ricorso e avviato le procedure per una possibile class action, e anche vari gruppi per la difesa dei diritti umani sono pronti a una durissima battaglia legale.

Sulle misure adottate da Trump sono intervenute anche le Nazioni Unite: l'Alto commissariato per i rifugiati (Unhcr) e l'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) hanno espresso il forte auspicio che gli Usa rispettino «la lunga tradizione di proteggere coloro che fuggono da conflitti e persecuzioni». «Mi si spezza il cuore nel vedere che il presidente Trump chiude la porta a bambini, madri e padri che fuggono dalla violenza e dalla guerra», ha detto invece l'attivista pakistana e premio Nobel per la pace Malala Yousafzai. Mentre la senatrice democratica Elizabeth Warren ha parlato di «tradimento dei valori americani».

Anche il mondo accademico si e' mobilitato, con una petizione firmata già da 12 premi Nobel e migliaia di docenti. Ed è compatta pure la Silicon Valley: il fondatore di Facebook Mark Zuckerberg si è detto «preoccupato» dalla stretta sui migranti e ha esortato il Commander in Chief a «mantenere aperti i confini ai profughi». Google, invece, ha richiamato i suoi dipendenti provenienti dai Stati islamici (oltre cento) a «rientrare negli Usa il prima possibile».