Il potere dell'invidia Passione triste che non è da invidiare

Il sentimento che tutti cercano di nascondere ma dal quale l'uomo non sarà mai immune

Matteo Sacchi

L'invidia, il vizio capitale di questa settimana, di cui ci parla la filosofa sociale Elena Pulcini, è uno dei sentimenti più tenebrosi. Forse il più difficile da ammettere. Diceva Nietzsche, in Umano, troppo umano: «L'invida silenziosa cresce nel silenzio».

L'invidia non parla con la bocca, parla con gli occhi. Nell'invidia c'è sempre uno sguardo cattivo. Si guarda con cupidigia ciò che ha l'altro, si guarda con odio chi si ritiene ingiustamente fortunato. Infatti, per contrappasso, Dante Alighieri immagina che gli invidiosi (canto XIII del Purgatorio) abbiano gli occhi cuciti. Ma in realtà la rappresentazione più feroce e forse più perfetta è quella che fornisce Giotto nella cappella degli Scrovegni. Negli affreschi l'invidioso è rappresentato mentre arde, bruciato dal suo ingiusto desiderio. Dagli occhi gli esce un serpente, simbolo del suo livore. Ma questo serpente gli si rivolta contro e lo morde.

Ma siamo di fronte ad una passione solo negativa? Sarebbe gravissimo perché l'invidia è un sentimento così comune che Erodoto immaginava fosse propria anche degli Dei. Come mostra nel suo saggio Elena Pulcini questa «passione triste» per noi moderni assume un valore più ambivalente. Diviene deteriore soltanto nelle sue forme cupe e aggressive. Ma alla fine in qualche modo le va riconosciuto, quando è temperata, anche la funzione di motore sociale. Diceva con prudenza Søren Kierkegaard: «L'invidia è ammirazione segreta. Una persona piena di ammirazione che senta di non poter diventare felice abbandonandosi, sceglie di diventare invidiosa di ciò che ammira... L'ammirazione è una felice perdita di sé, l'invidia un'infelice affermazione di sé».

Alla fine con questa passione, conclude Elena Pulcini, ci toccherà sempre fare i conti. Non ci salveranno né le utopie di amore universale, né quelle di una società giusta. La salvezza, se mai, viene dall'autenticità. Cioè dal voler essere soltanto se stessi.