Il presidente che vuole "far meglio di Hitler"

Il filippino Duterte, noto per le offese a Obama, punta a eliminare 3 milioni di drogati

Dopo aver definito Barack Obama un «figlio di p...», il 71enne presidente filippino Rodrigo Duterte è tornato a sequestrare le piattaforme mediatiche del pianeta, paragonandosi a Hitler. Duterte ha accostato la sua campagna antidroga senza esclusione di colpi (che a oggi ha provocato circa 3.500 morti) alla strage di ebrei perpetrata dal Fuhrer. «Sarei davvero felice di massacrare tre milioni di tossicodipendenti come Hitler fece con tre milioni di ebrei - ha detto ieri mattina da Davao, città meridionale delle Filippine e sua roccaforte elettorale - non vedo l'ora di annientarli».

In appena tre mesi di presidenza Duterte non ha perso occasione per farsi notare, mostrando i muscoli e creando un filotto di incidenti diplomatici nonostante al momento dell'investitura avesse spiegato di «accettare il mandato del popolo con molta umiltà».

Anche in quell'occasione si trovava a Davao, sull'isola di Mindanao, perché è proprio da qui che ha avuto inizio il suo percorso politico, nella città di cui è stato sindaco per 20 anni.

Sognava di diventare un grande avvocato come suo padre Vicente, ma nonostante una laurea in giurisprudenza conseguita nel 1972 a Manila, Duterte è stato folgorato dalla politica. Un amore consumato spesso con metodi populisti e poco inclini alla legalità. Ha dichiarato guerra ai trafficanti di droga, ma nel suo passato figura un'imbarazzante collusione con la mafia del posto e un florido business (avrebbe intascato 55 milioni di dollari) di quelle sostanze che oggi vuole debellare dalla faccia delle Filippine con metodi da Terzo Reich. Sono stati proprio i «padrini» di Manila a spianargli la strada nella corsa alla poltrona di sindaco di Davao nel 1996 e a finanziare, si dice, la campagna elettorale per le presidenziali dello scorso giugno. Come era nelle previsioni ha parlato alla pancia dell'elettorato promettendo una «politica ferrea contro privilegiati, criminali e corrotti. Farò esattamente quello che ho fatto quando sono stato sindaco. Voi, trafficanti, ladri e corrotti, sarà meglio che scappiate, perché vi ucciderò con le mie mani». A suo avviso per debellare la povertà e combattere la criminalità bisogna aggirare la giustizia, «quindi dimenticatevi qualsiasi legge sui diritti umani. Anzi, cari cittadini, se avete una pistola usatela. Ve lo consento io». Nel 2002 alcuni media asiatici gli diedero un soprannome con cui è noto ancora oggi: The Punisher, «il Punitore», come il supereroe cattivo della Marvel che uccide i criminali a sangue freddo. In un ritratto di Duterte pubblicato dalla rivista Time, la città nella quale è stato sindaco viene descritta come un'oasi di pace nel mezzo del caos delle Filippine. «Come pensate che ci sia riuscito? - ha domandato ai cronisti - Volete saperlo davvero? Uccidendo tutti». Spesso guidando lui stesso rastrellamenti in sella a una Harley Davidson. Duterte ha allestito veri e propri squadroni della morte per combattere i terroristi. Peccato che a un certo punto, come ricordano le associazioni per i diritti umani, abbia dato l'ordine di uccidere indistintamente, anche persone sospettate e con colpe tutte da valutare.

Il popolo è dalla sua parte. A giugno ha vinto con il 39% dei voti, sbaragliando Grace Poe, la sua principale avversaria. Oggi i sondaggi lo attestano al 62% della popolarità, nonostante le mille contraddizioni, e persino la fama da misogino che lo portò a commentare lo stupro di una missionaria con un terrificante «è accaduto perché era troppo bella».