Procura caos: Bruti indagato su denuncia del vice Robledo

A Milano si infiamma lo scontro tra toghe: il procuratore finisce in un fascicolo a Brescia dopo un esposto del suo numero due, esautorato da ogni incarico soltanto pochi giorni fa

N on ci sono più limiti all'asprezza dello scontro all'interno della Procura di Milano. «Andrà a finire che si arresteranno tra di loro», aveva profetizzato qualche mese fa un esperto osservatore di vicende giudiziarie. Le manette non sono ancora arrivate. Ma siamo comunque al punto di non ritorno: il procuratore Edmondo Bruti Liberati, capo degli inquisitori milanesi, finisce a sua volta nel libro nero degli inquisiti. Il «modello 21», il temutissimo registro degli indagati, il primo passo verso l'incriminazione. E a farcelo finire è un memoriale di Alfredo Robledo, il suo vice divenuto il suo implacabile accusatore, e che appena pochi giorni fa Bruti aveva esautorato da ogni incarico di rilievo, assumendo in prima persona la guida del pool anticorruzione. La reazione di Robledo al defenestramento era apparsa singolarmente pacata, e adesso forse si capisce perché. Ad essere in difficoltà, oggi, non è lui, Robledo. Ma il suo arcinemico, Bruti. Che si ritrova ad essere il primo procuratore della Repubblica di Milano sottoposto a procedimento penale. La procura di Brescia, competente per i reati commessi dai colleghi milanesi, indaga su di lui per omissione di atti d'ufficio. E a farlo finire sotto inchiesta sono state proprio le accuse di Robledo sulla gestione di uno dei fascicoli più delicati aperti a Milano, quello sulla privatizzazione di una quota della Sea, la società degli aeroporti.

«È una inchiesta che non parte da un mio esposto», dice ieri Robledo, quando la notizia trapela, come a rifiutare la paternità dei guai giudiziari di Bruti. Ma la realtà è diversa. È proprio da una memoria di Robledo, approdata prima dell'estate sul tavolo della procura di Brescia, che scaturisce la decisione del procuratore bresciano Tommaso Buonanno di iscrivere Bruti nel registro degli indagati. Una decisione eccezionale, per più di un motivo. Primo, perché rompe con una tradizione di buon vicinato tra le due procure; secondo, perché viene da un magistrato come Buonanno che non è sospettabile di essere né berlusconiano e nemmeno un conservatore, né pertanto di avere in uggia lo strapotere di Magistratura democratica a Milano; infine, perché mette in difficoltà non solo Bruti ma anche il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, che finora delle faide milanesi era sembrato non essersi neanche accorto, e soprattutto il Consiglio superiore della magistratura, che prima dell'estate aveva cercato di insabbiare tutto lasciando entrambi i contendenti al loro posto. Ma che adesso, dopo avere ricevuto da Buonanno la notizia del procedimento a carico di Bruti, difficilmente potrà fare finta di niente. E infatti il nuovo vicepresidente del Csm, Legnini, fa sapere che «ce ne occuperemo presto».

Caos, insomma, ultima e inattesa puntata di una telenovela dove le rivalità personali, politiche e professionali si sono avviluppate in modo ormai inestricabile, ma che ha comunque al suo centro un nodo chiaro: l'esistenza (secondo Robledo) a Milano, intorno a Bruti Liberati, di un cerchio magico di toghe legate a Magistratura democratica, destinatarie in via esclusiva dei fascicoli più delicati, dal San Raffaele all'Expo. Di questo elenco di fascicoli, la vicenda più surreale di tutti è senza dubbio quella per cui ora Bruti finisce indagato: l'indagine sulla Sea, l'inchiesta che Bruti per sua stessa ammissione tenne chiusa in cassaforte, «per una colpevole dimenticanza», proprio mentre l'asta per vendere le quote veniva conclusa. Se davvero c'era del marcio, in quella operazione fortemente voluta dalla giunta rossa di Milano, non si saprà mai.

Forse Robledo non si sarebbe spinto fino a raccontare questa storia ai magistrati di Brescia se non ci fosse stato in qualche modo tirato da un comprimario di questo pasticcio: l'ex sindaco milanese Gabriele Albertini, che lo accusava di avere anche lui una gestione delle indagini più attenta alla politica che al codice di procedura penale. A quel punto, Robledo ha inviato una memoria a Brescia per discolparsi dalle accuse. Ha parlato di Bruti. E a Brescia hanno deciso che non si poteva lasciar correre.