"Proteggere i curdi? Mai". Erdogan strappa con gli Usa

Annullato l'incontro con il consigliere statunitense per la sicurezza nazionale Bolton, che lascia la Turchia

Gerusalemme Potrebbe non essere stata un'ottima idea quella di Erdogan, che, nella sua stessa capitale, ha lasciato il consigliere per la sicurezza John Bolton nella sala d'aspetto rifiutando di incontrarlo e costringendolo a ripartire senza avergli nemmeno detto buongiorno. Non è bello per due Paesi che hanno da poco rinnovato alcune cordialità telefoniche fra i premier Trump e Erdogan, che siedono ambedue nella grande alleanza della Nato mentre in Medioriente si attraversa una fase che più che di porte sbattute in faccia ha bisogno di chiarezza. Invece Erdogan non ha potuto sopportare sostanzialmente tre cose: la prima, pura e semplice, che poche ore prima Bolton in rappresentanza di Trump avesse svolto una visita estremamente amichevole e produttiva in Israele che lui odia, dicendo a Netanyahu che il suo Paese sarà sempre fiero di garantire la sicurezza dello stato ebraico. In secondo luogo, che durante quel viaggio, dopo che Trump il 19 dicembre aveva annunciato che se ne sarebbe andato dalla Siria, Bolton avesse ribadito, come del resto Pompeo nei giorni scorsi, che gli americani non hanno fretta di andarsene, che il ritiro si svolgerà secondo i tempi ritenuti più opportuni e, dulcis in fundo, e qui Erdogan ha avuto la sua crisi, che gli Usa vogliono veder garantiti i diritti dei Curdi, e anzi, che Erdogan aveva promesso a Trump di proteggerli.

Erdogan quando sente dire Curdi perde la bussola: così si è lasciato andare ad affermazioni che lui ritiene capaci di bloccare la svolta positiva di Trump verso i curdi, ma che potrebbero invece guastare un rapporto faticosamente ricostruito con gli Usa, cui seguita a chiedere l'estradizione del suo peggiore nemico Fethullah Gülen. Erdogan fida sulla solita idea che gli Usa abbiano fiducia che la Turchia possa costituire il ponte verso il mondo musulmano. Ma in questo caso la sua alleanza con l'Iran e gli Hezbollah sciiti e la sua appartenenza, in quanto sunnita alla parte della Fratellanza Musulmana che è invisa all'Arabia saudita e all'Egitto, sembra escluderlo dalla strategia americana che tende, anche col previsto ritiro, ad affidare al mondo sunnita classico la difesa dell'Occidente. A questo serve il viaggio di Pompeo in otto Paesi Mediorientali. Erdogan ha detto che per lui gruppi curdi e Isis sono la stessa cosa, e che i suoi combattenti devono essere premiati perché si battono contro gli uni e gli altri. Ma la storia lo contraddice, perché mentre i Curdi hanno combattuto l'Isis, la posizione di Erdogan è stata molto dubbia: dal marzo 2011 circa 12mila «foreign fighters» dell'Isis sono stati lasciati entrare in Siria dalla Turchia, e secondo uno studio della Columbia University del settembre 2016 la Turchia ha aiutato lo Stato Islamico a livello militare, logistico, di trasferimento di armi, di servizi medici. Gli episodi sono molti. L'accordo con la Russia del settembre 2018 ha indotto la Turchia a un atteggiamento più cauto, ma in cambio della mano libera contro i curdi. E così dal Nord, ad Afrin nel Nordovest a Manbji, la Turchia ha puntato a sloggiare i curdi con forza spietata e favorire gruppi misti, alcuni di opposizione a Assad che non ne è affatto contento e ultimamente si è anche opposto militarmente. Insomma, la Turchia di Erdogan ha grandi ambizioni che ormai l'onnipotente leader mette in mostra con eccessiva sicurezza, forte di un sostegno popolare che tuttavia va modificandosi, se è vero che ha dovuto servirsi di un'alleanza col leader del Movimento Nazionalista Devlet Bahcevi, che nel passato lo aveva duramente criticato. Pompeo ieri ha già ripetuto che l'obiettivo degli Stati Uniti è piegare l'Iran tramite le sanzioni. Ieri anche l'Europa ha fatto una buona mossa in questa direzione stabilendo sanzioni per i servizi segreti iraniani che avevano pianificato assassini sul suo suolo. Gli amici di Erdogan sono nel mirino. E che si dice ora alla Casa Bianca su di lui?