Quando per D'Alema separarsi era un tabù

Tutte le giravolte dei leader che scongiuravano le rotture e che oggi invece le invocano

Roma - Il Pd ha la scissione nel suo codice genetico, questo si sa. È inutile scendere giù giù fino alla Livorno del 1921. Anche in tempi recenti se ne sono consumate di scissioni nel grande partito della sinistra. Dalla Bolognina (là dove tutto ricomincia) a oggi, se ne sono registrate numerose. Eppure proprio quelli che si trovavano prima a scongiurarle, a demonizzarle, finiscono poi (sarà nel loro dna, appunto) a ventilarle se non proprio proclamarle.

Prendete uno come D'Alema. È sempre stato uomo di apparato. Ha accettato tutto pur di conservare unito il partito. E in tempi non lontanissimi (correva l'anno 2009 e Dario Franceschini contendeva la segreteria del partito a Pier Luigi Bersani) era disposto a dire pubblicamente che le scissioni non sono il male minore, anzi non sono un male, cioè non sono niente. A Otto e mezzo disse che parlare di scissione o semplicemente ipotizzarla (allora si temeva la fuga di Fioroni e Rutelli) era soltanto «chiacchiericcio». «I mal di pancia - spiegava - si curano con medicine ad hoc, non con le scissioni». Bersani, allora, sconfisse Franceschini. E poi rivinse a fine 2012 contro Renzi, che pochi mesi dopo (marzo del 2013) minacciava scissioni e fratture vista la scarsa presa della Segreteria bersaniana. «Scissioni? Questa cosa non esiste - replica un serafico segretario del Pd ancora a Otto e mezzo s - In tutti i grandi partiti coesistono posizioni differenti. Si discute e poi si trova una sintesi. Bisogna abituarsi che in Italia la democrazia divenga una cosa normale». Stesso rispetto e amore per la democrazia (e idiosincrasia per le scissioni) li dimostrò pochi mesi dopo Michele Emiliano. La chiusura di Bersani al M5s dopo l'exploit di questi ultimi alle Politiche del 2013 non gli piacque. Sarebbe dovuto toccare a loro - spiegava Emiliano - formare il nuovo governo. L'arrivo di Renzi alla segreteria non provocherà scissioni, prevedeva Emiliano: «Il partito è assolutamente unito». Dichiarazioni dell'aprile del 2013, quando la direzione del partito veniva chiamata sarcasticamente «il bunker», presidiato dai fedelissimi bersaniani recalcitranti a ogni novità e contrari a ogni scissione. D'altronde bisogna dar retta agli esperti, ai politici di lunghissimo corso, come Emanuele Macaluso che in un'intervista su Quotidiano Nazionale ieri diceva: «Le scissioni non hanno mai portato nulla di buono». A questo punto a Bersani, D'Alema ed Emiliano potrebbe piacere di più la tesi di Oscar Wilde rispetto a quella proposta da Benjamin Disraeli. Il primo aveva stroncato la coerenza come «l'ultimo rifugio delle persone prive di immaginazione», l'altro aveva sentenziato che «l'uomo coerente crede nel destino, mentre l'uomo capriccioso nel caso».

Commenti
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manasse

Sab, 18/02/2017 - 09:07

ma questi rossi credono solo nel proprio portafoglio e più è pieno meglio è e il popolo se lo prende sempre in quel posto