Quando Luigino era "liberale"

Prima di vestire gli abiti statalisti elogiava privato e flessibilità

Fregoli, il re dei trasformismi, al cospetto di Luigi Di Maio è un dilettante. Ascoltate: «È stato dimostrato che i modelli economici più flessibili sono quelli che riescono a superare facilmente le difficoltà perché favoriscono maggiori livelli occupazionali e una vera mobilità». Renzi? Monti? Fornero? No, Di Maio, appunto. Sembra incredibile ma sappiate che prima del Di Maio statalista di oggi, prima del Di Maio della decrescita (in)felice di ieri, prima del Di Maio grillino dell'altro ieri è esistito anche il Di Maio in versione liberale. Uno e trino, insomma, un padreterno, direbbe Luigi Einaudi. Leggete per credere.

Correva l'anno 2010 e il futuro ministro redigeva su studentigiurisprudenza.it un autentico catalogo delle virtù economiche del libero mercato elogiando la regola della domanda/offerta, la flessibilità, l'iniziativa privata. Il giovane liberale Di Maio era davvero convinto e convincente e se non lo conoscessimo per gli abiti statalisti che indossa oggi diremmo che era la sintesi perfetta di Hayek e Pareto che non solo criticava il ministro Tremonti per la nostalgia del «posto fisso» ma tutti i governi italiani dal 1992 in poi perché troppo poco liberisti e non in linea con «le tendenze delle economie mondiali».

Tutto ciò che oggi rifiuta, ieri Di Maio lo difendeva. E - udite, udite - si scagliava contro l'intervento dello Stato e le nazionalizzazioni con cui i governi hanno continuato a «drogare il nostro mercato con incentivi alle imprese». Il futuro teorico e praticante delle nazionalizzazioni autostradali e aeroportuali così si esprimeva su Alitalia: «In una normale economia liberale sarebbe stata acquistata dal miglior offerente (Air France), invece è stata salvata con fondi statali». Il paladino del reddito di cittadinanza diceva cose così: «C'è bisogno di iniziare ad assomigliare ad un vero modello occidentale, dove il privato non sia più un serbatoio elettorale». Il futuro dirigista che sostiene la necessità della chiusura domenicale dei negozi spiegava che «in Italia non abbiamo mai assimilato il concetto di flessibilità».

Come è possibile che Di Maio sia passato dal liberismo allo statalismo in un batter di ciglia? È il governo del cambiamento, bellezza. In fondo, a parte Matera, Taranto, l'acqua, l'Amazon del made in Italy e altre gaffe, è uno che la sa lunga ma così lunga che per un po' di potere cambia non solo idea ma, come tutti gli opportunisti, anche i princìpi.

Commenti
Ritratto di 02121940

02121940

Ven, 14/09/2018 - 09:57

Iscritto prima alla facoltà di Ingegneria e poi passato a Giurisprudenza non é stato capace di prendersi una laurea! Però é diventato "vice" presidente del Consiglio, ma solo perché costretto a dividere il seggio con Salvini. Ai miei tempi una cosa del genere sarebbe stata impossibile, ma i tempi cambiano, il progresso corre e tutti, giovani e meno giovani, usano con grande disinvoltura i super-telefonini. Anche io, quando esco, sono obbligato a portarmene dietro uno, di vecchia "fattura" fortunatamente. Ebbene, in questo mondo dal progresso tecnico inarrestabile, il primo politico del bel Paese é un bocciato all'università. ALLUCINANTE!

tonipier

Ven, 14/09/2018 - 17:37

" OGGI ESSERE UN LIBERALE? COSA MOLTO-MA MOLTO DIFFICILE?"