Quando il Senatùr epurò sorella e cognato

L'ex segretario cacciò i congiunti per problemi di lista. I casi di Gremmo e Castellazzi

Roma. Sin dalle sue origini la Lega Nord ha adottato la pratica delle espulsioni dei dissidenti. Un metodo che il fondatore Umberto Bossi ha assimilato nella sua breve esperienza di iscritto al Pci e che gli torna utile per mantenere le redini di un movimento federalista nel quale le lotte di potere sono all'ordine del giorno.

Non è un caso che i primi a farne le spese siano due famigliari del Senatùr. Si tratta della sorella Angela e del cognato Pierangelo Brivio, «dimissionati» nel 1987 per una questione di posti in lista alle Politiche. Per il medesimo motivo, in quello stesso anno, viene allontanato dalla Lega Lombarda il presidente Augusto Arizzi. Alla polemica sulle liste segue l'espulsione per «indegnità» e «comportamento da arrivista». Nel 1988 è la volta della prima epurazione di un oppositore della linea lombardo-centrica: il piemontese Roberto Gremmo viene fatto fuori con un'accusa staliniana: aver preso soldi dai servizi segreti.

I casi più eclatanti, però, devono ancora manifestarsi. Il 28 settembre 1991 viene espulso Franco Castellazzi, presidente della Lega, colpevole di aver partecipato alle nomine di alcuni esponenti del Carroccio nei consigli delle partecipate di Regione Lombardia, trasgredendo alla volontà del Senatùr. Nella Lega non è prevista opposizione interne: o ci si prende il partito o si va via. Lo sa bene Franco Rocchetta della Liga Veneta, cacciato nel 1994 assieme alla moglie Marilena Marin per «berlusconismo». Avevano osato criticare la sparata sui «trecentomila fucili nella Bergamasca». Nel '95 toccherà a Luigi Negri, contrario all'uscita dal primo governo Berlusconi e nel '96 a Irene Pivetti, ex presidente della Camera e ostile alla linea secessionista di quegli anni. La Lega è così: Salvini ha imparato da un ottimo maestro.