Quei galeotti diventati famosi beffando i secondini

Segare le sbarre e calarsi con le lenzuola. Un classico per chi ha fatto dell'evasione un'arte

C urioso che il termine evasione rimandi alla fuga da un carcere quanto al legittimo bisogno di prendersi una pausa spensierata dai travagli quotidiani. Con un buon libro d'evasione, ad esempio, o guardando un film d'evasione. Ma restando al primo significato, sottrarsi alla custodia ingannando secondini, segando sbarre e calandosi dai muri con lenzuola annodate, ha sempre conquistato le simpatie dell'opinione pubblica. Un'opinione pubblica più attenta all'ingegnosità dell'azione che ai crimini commessi dall'evaso.

Sono tanti gli episodi passati alla storia, ma in un'ideale top five, un paio di posti li meritano senz'altro due connazionali: Renato Vallanzasca e Graziano Mesina.

Vallanzasca, soprannominato il bel Renè, è stato uno dei più spietati rapinatori e assassini degli anni '70; arrestato dalla Mobile di Milano nel 1972, finisce a scontare la pena nel carcere di San Vittore; dopo numerosi tentativi di fuga e quattro anni dietro le sbarre, trova finalmente il modo di evadere: lo fa iniettandosi sostanze tossiche fino ad ammalarsi di epatite. E una volta ricoverato, approfitta della minor sorveglianza in ospedale per darsi alla fuga. Resta latitante fino al 1977, per fuggire nuovamente nel 1980. Catturato di nuovo, il 18 luglio 1987 scappa attraverso un oblò del traghetto che lo portava da Genova al carcere dell'Asinara. Un ultimo, banale furto in un supermercato avvenuto nel giugno del 2014, mentre era in semilibertà, rischia di annullargli ogni futura chance di libertà.

Graziano Mesina, detto Grazianeddu, è stato il più famoso bandito sardo del dopoguerra, autore di rapine e celebri sequestri; gli si attribuiscono 22 evasioni di cui dieci andate a buon fine. Come Vallanzasca, anche Mesina sembra non aver perduto la propensione al crimine. Graziato, è stato arrestato nel 2013 mentre stava progettando un nuovo sequestro di persona.

Quanto agli altri protagonisti della classifica, il gradino più basso va riservato a John Dillinger, il «nemico pubblico numero 1» di J. Edgar Hoover, il potentissimo direttore dell'Fbi. Nel 1934, mentre era ospite del penitenziario di Lake Country, riuscì a costruire una finta pistola con un pezzo di legno, e convincere le guardie si trattasse di un'arma vera. Per allontanarsi rubò l'auto del direttore del penitenziario, ma, purtroppo per lui, non fece molta strada. Il 22 luglio, grazie a una soffiata, cadde in un'imboscata tesa dagli uomini di Hoover.

Al secondo posto degli evasi celebri, lo scrittore francese Henry Charrere che si trovò a scontare una condanna per omicidio di cui si disse sempre innocente. Erano gli anni '30, e Charrere fu deportato nella Guyana francese; cercò di scappare nove volte, e l'ultima, nel 1944, fu quella buona. Una volta libero raccontò la sua storia in un libro presto diventato un bestseller, Papillon, portato sugli schermi da Dustin Hoffman.

Ma non c'è dubbio che l'evasione più celebre resti quella di Frank Morris, John e Clarice Anglin, fuggiti dal penitenziario di massima sicurezza di Alcatraz l'11 giugno del 1962. Utilizzando cucchiai per scavare e pezzi di cerata per fabbricare salvagenti e zattere, i tre hanno fatto perdere per sempre le loro tracce. Non importa che, con grande probabilità, siano annegati nella baia di San Francisco. Ancora oggi c'è chi crede ce l'abbiano fatta, che siano riusciti a rivedere le stelle. Anzi, a farsi una famiglia e vivere con moglie e figli in qualche posto sperduto del Brasile.

All'appello mancano certamente molti personaggi: come Frank Abbagnale, uno dei più grandi truffatori della storia, capace di ispirare Steven Spielberg e il suo Prova a prendermi con Leo Di Caprio e Tom Hanks; o Max Leitner, italiano di Bressanone e noto alle cronache come il re delle evasioni, l'ultima delle quali avvenuta nel 2007, all'età di 52 anni.

Anche un serial killer come Ted Bundy è stato capace di una fuga incredibile. Durante un'udienza in tribunale, chiese e ottenne di potersi difendere da solo. Ottenuto il permesso, domandò di poter prendere visione di alcuni volumi conservati nella biblioteca del tribunale. E da lì, complice una finestra, si allontanò indisturbato. Per essere ripreso sei giorni dopo.

Commenti

carlottacharlie

Ven, 14/07/2017 - 12:19

Gentile Picozzi, la ringrazio per avermi fatta evadere leggendo il suo articolo.