Quei turisti salvi per il taxi o i capricci dei bimbi

I racconti di chi è scampato alla strage per pura casualità: "Protetti dagli angeli"

Gli angeli sono idee che si infilano nella testa all'ultimo secondo. È una stanchezza inspiegabile che salva il corpo dai proiettili. Sono le lacrime di due bambini troppo piccoli per godere delle bellezze di un museo. È la voce di un autista che ordina per disperazione: «Seguitemi». Dopo che l'inferno è lontano, l'Italia è di nuovo sotto i piedi, sono quei capricci alati a tornare alla mente, gli imprevisti di un istante che i sopravvissuti della strage di Tunisi non chiamano contrattempi, o insofferenze, ma proprio così: angeli. Nella terra di confine tra la vita e la morte, sul filo dell'imprevedibilità di una decisione che corre a destra oppure a sinistra, i comportamenti lontani dalla logica possono decidere la salvezza, senza criteri ispirati alla morale, ma solo all'istinto di un momento, la scelta priva di senso che offre la vita. Nunzio Spina e Angela Annaciello hanno 26 e 28 anni. A quell'età i ragazzi in viaggio salgono sull'autobus. Rimangono in piedi nonostante il peso degli zaini. Per loro tutto è avventura. Invece no, Nunzio a Angela, scesi con gli altri turisti dalla Costa Fascinosa, decidono di prendere un taxi. Si concedono il loro lusso finalmente. Sono entrambi cassieri, a Dro e a Riva del Garda, probabilmente non hanno mai sperimentato il superfluo nella loro vita. Scendono in una piazza vicina al museo del Bardo pensando di raggiungere subito il gruppo e da lì sentono gli spari, vedono la confusione. È un film che scorre davanti ai loro occhi, ma loro sono solo spettatori, isolati, lontani. Riescono convulsamente a inviare messaggi con il telefonino ai genitori, che ora raccontano per i figli il miracolo di quella scelta diversa e inspiegabile: «Un angelo del cielo li ha protetti», dice al quotidiano L'Adige il padre di Nunzio. «Mia moglie, guardando la tv, ha pensato di averlo visto fra i turisti che fuggivano dal museo».

Quel giorno Tunisi era contesa tra terroristi e angeli a sentire il racconto dei sopravvissuti. Si è salvata, sempre per aver scelto il taxi, un'altra coppia di giovani fidanzati, di Teramo: Federico Di Luigi, giornalista 32enne di Montorio al Vomano (Teramo) e Michela di Giulianova. Sanno della strage solo quando rientrano sulla nave dopo un giro da soli per la città. La ribellione senza logica di Simona Panico e di suo marito, di Lainate, sono stati i loro bambini. Troppo piccoli per portarli al museo: due anni e mezzo e tre anni e mezzo. La decisione era presa, andare comunque. Ma Simona ci ripensa. I bambini danno già cenno di non gradire, portarli sarebbe una tortura: per loro, ma anche per i genitori. Una rinuncia grande che vira il corso del destino: «Beata innocenza, è grazie a loro che ci siamo salvati», dice con un filo di voce Simona.

Bianco o rosso, la roulette dell'ultimo istante. La raffica di proiettili si scarica sul bus 26 della Costa Fascinosa carico di italiani. «Venite con me!», grida l'autista, Hamadi ben Abdelssalam. Bisogna scegliere senza pensare, puro istinto, solo corpo. In trenta lo seguono, si fidano dei suoi occhi sconosciuti. «Conosco bene il museo e siamo riusciti a fuggire», racconta Hamadi: «È stato un miracolo, potevano ucciderci tutti».

Al ritorno sulla nave lo festeggiano, lo abbracciano come un eroe: «Mi hanno fatto commuovere», dice incredulo, come se l'angelo non fosse lui, ma la follia della sua scelta.