Quell'asse tra gli «invisibili» che ha ammutolito Renzi

Così l'intesa istituzionale dietro le quinte tra Gentiloni, Mattarella e Padoan ha messo fuori gioco il leader Pd

Da una parte il fastidioso ronzio mediatico. Dall'altra parte solo tanto silenzio, parole usate con il contagocce e, soprattutto pazienza. Sei mesi fa nessuno avrebbe scommesso su una lunga sopravvivenza dell'esecutivo Gentiloni rispetto a un ipercinetico Renzi, che dalla sera del 4 dicembre ambisce solo alla rivalsa personale.

Se il presidente del Consiglio ha potuto piantare qualche bandierina, è anche merito di due importanti supporter: il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan. Il capo dello Stato ha saputo frenare l'esuberante segretario del Pd non concedendogli l'ordalia delle elezioni a stretto giro e, soprattutto, «blindando» un esecutivo debole, come si è visto in occasione del rinvio al Senato sullo ius soli. La decisione del premier non è stata solitaria, ma meditata assieme al Colle, favorevole allo stop.

E questo operoso silenzio sta di fatto seppellendo Matteo Renzi, che tra libri, forum e ospitate, cerca disperatamente di restare sulla cresta dell'onda non avendo più in mano il pallino del gioco. Gli «invisibili» Mattarella e Gentiloni stanno per ora avendo la meglio e, insieme a Padoan, potrebbero rappresentare il prototipo delle istituzioni modellate su una legge elettorale proporzionale come quella che, salvo sorprese, il Parlamento prima o poi varerà.

Non a caso ieri Mattarella, commemorando l'alluvione in Valtellina di trent'anni fa, ha utilizzato parole che sembrano delineare un futuro non molto dissimile dal presente. «L'Italia ha bisogno della propria unità, anche per crescere meglio e di più, perché l'unità è una risorsa che accresce le opportunità di ciascuno», ha detto auspicando che «la collaborazione, l'interdipendenza, l'equilibrio tra i diversi territori e le diverse regioni diventino sempre più significativi». Dalla collaborazione tra territori a quella tra forze politiche il passo, in fondo, è breve.

I prossimi scogli, però, non saranno meno difficili da superare. A partire da una legge di Bilancio la cui navigazione si annuncia molto perigliosa visto lo sgretolarsi della maggioranza al Senato. La prudenza di Mattarella ha trovato una sponda nel cauto Padoan. Il Tesoro ha già fatto sapere che le occasioni di potenziale tensione parlamentare saranno eliminate ex ante concentrando le risorse su pochi capitoli già delineati: clausole di salvaguardia, taglio del cuneo fiscale per i giovani, detassazione degli investimenti e contrasto alla povertà. Un mix non troppo di sinistra o di destra.

Del terzetto Padoan è quello meno tollerante. Qualche giorno fa a Bruxelles sbottò all'ennesima domanda sulla proposta renziana di aumentare il deficit al 2,9% del Pil per recuperare risorse. Un argomento sul quale in quattro anni non l'ha mai data vinta a Renzi e sul quale, di sicuro, non cederà. Tant'è vero che un indispettito Renzi ieri gli ha rinfacciato di interessarsi più alla Roma che al deficit. Per ingraziarsi il ministro, nel 2015 invitò l'ex tecnico Spalletti a Palazzo Chigi. Padoan gli chiese delle sorti del numero dieci Totti, ma sui numeri non fece concessioni.