Quell'ufficio di collocamento che sistema gli amici

di Giancarlo Mazzuca

I vertici della Rai sono stati, in questi giorni, messi giustamente in croce per gli stipendi d'oro dei top manager di viale Mazzini: un vero e proprio harakiri anche perché, in contemporanea, i portafogli degli italiani vengono alleggeriti con il canone in bolletta. Pochi giornali hanno, però, sottolineato il fatto che tutto è cominciato nell'era Gubitosi, prima, cioè, che fosse designato l'attuale consiglio d'amministrazione di cui faccio parte. Mi chiedo per quale motivo la legge del 2014 che fissava il tetto delle retribuzioni pubbliche sia stata disattesa e vorrei anche sapere le ragioni che hanno indotto la precedente gestione a emettere un prestito obbligazionario in bond di 350 milioni di euro sul mercato irlandese, considerato un paradiso fiscale: a cosa dovevano servire tutti quei soldi? Proprio per quel principio di trasparenza che deve essere perseguito soprattutto da una società pubblica, la Rai ha, dunque, l'obbligo di prendere subito le distanze dalle incrostazioni di passate gestioni. È davvero giunto il momento di voltare pagina ridando, tra l'altro, voce e peso al consiglio d'amministrazione.

Sarebbe bene non dimenticare mai che i soldi della Rai sono degli italiani: Viale Mazzini non deve essere mai più un ufficio di collocamento per amici e amici degli amici. Dobbiamo ripristinare senza indugi il tetto massimo dei 240mila euro per tutti: manager e giornalisti. All'obiezione che mamma Rai può richiedere, talvolta, professionisti che, in quanto a retribuzioni, navigano su cifre più alte, rispondo semplicemente che ne facciamo volentieri a meno per il semplice motivo che, all'interno dell'azienda, ci sono già dirigenti e giornalisti assolutamente in grado di svolgere al meglio gli stessi compiti.

È, dunque, importante che l'amministratore delegato continui ad impegnarsi in prima persona per trovare una soluzione a tutti i parcheggiati dell'ente. Per non parlare di quei pensionati che hanno consulenze pagate a peso d'oro. Ma le regole di trasparenza debbono valere anche per i cachet degli artisti che lavorano in Rai. Dicono che la riservatezza sulle loro parcelle astronomiche sia legata alla concorrenza con le altre emittenti televisive: penso che non ci sia, comunque, segreto che tenga di fronte ad ingaggi che gridano vendetta. Fuori gli elenchi!

Qualcuno potrebbe obiettare sul fatto che un appiattimento degli stipendi finirebbe per avere contraccolpi negativi sulla qualità dei programmi e, soprattutto, sull'informazione radiotelevisiva. Io penso esattamente il contrario: solo ridando voce alle tante, sottoutilizzate, risorse interne si potranno migliorare gli standard con conseguenti aumenti dell'audience. L'amico Guelfo Guelfi, anche lui consigliere d'amministrazione della Rai, sostiene che il cavallo morente di viale Mazzini sia più che mai vivo e vegeto come dimostrerebbero le ampie coperture degli ultimi tragici fatti in Italia e all'estero: io ritengo e l'ho anche già scritto sul Giornale che non sia andata proprio così. Senza contare la necessità di un maggiore pluralismo dell'informazione. Basta guardare al dilagare del Sì che ha quasi monopolizzato gli spazi radiotelevisivi.

La Rai non è la Bbc, ma non può essere neppure lo «spendificio d'Italia», come ha titolato un quotidiano, soprattutto in tempi di crisi. Ho sempre sostenuto come l'evasione del canone, prima dell'inserimento nella bolletta elettrica, fosse davvero eccessiva, alla faccia dei contribuenti onesti: non vorrei, ora, dovermi vergognare di quelle affermazioni alla luce degli stipendi in tv color.