Uccide i figli chi non sa accettare un fallimento

Se il dolore cristallizza, se si rifiutano le vie d'uscita, si cerca qualcuno cui far pagare il conto

Tenta lo stupro e quando lei si ribella la uccide e abusa del corpo esanime. È accusato di omicidio, occultamento e vilipendio di cadavere il muratore che ha confessato l'assassinio della professoressa di Frosinone. A Rapallo e ad Ancona due uomini ammazzano le rispettive compagne, dopo il delitto si tolgono la vita portandosi dietro i figli in una scia di sangue e di morte.

A Santa Croce Camerina un ragazzino di otto anni è strangolato con una fascetta da elettricista e la madre è la maggior sospettata. A Bordighera una turista russa decide di farla finita con il suo bimbo di dieci mesi ma raggiunta la scogliera butta in acqua solo lui e fa ritorno in albergo. Psicologi, magistrati e giornalisti s'interrogano sulla dinamica e il movente di questi omicidi. Si rincorrono i soliti interrogativi. Dietro a tutte queste nefandezze si nasconde la follia o la delinquenza? Homo homini lupus, l'uomo è un lupo per l'uomo, concezione tramandata per secoli e confermata dai fatti di cronaca di questa settimana.

Nell'antica Grecia l'aggressività era stata razionalizzata, era considerata positiva perché proiettata sulla temerarietà durante il combattimento. Seneca invece sosteneva che ogni forma d'ira fosse da reprimere sul nascere perché corrispondeva a follia. Eppure follia e delinquenza nella realtà si associano raramente. A compiere reati violenti sono per la maggior parte delinquenti spietati senza disturbi mentali, mentre la quasi totalità dei pazzi non farebbe male a una mosca. Non si vuole accettare che un uomo o una donna che si macchiano dell'omicidio del figlio siano sani di mente, e invece è così. Il furore di questi casi lo dimostra. La malvagità si annida più facilmente nelle persone che non soffrono di quei disturbi mentali che prevedono la non imputabilità, ma a far paura sono sempre stati i folli che nell'immaginario collettivo sono imprevedibili e pericolosi. L'aggressività e i suoi meccanismi sono oggetto di studio di sociologi, psicologi e neuroscienziati, ben lontani però dal formulare una spiegazione esaustiva. Il primo assunto è che si tratti di un comportamento intenzionale, avente come obiettivo quello di causare sofferenza.

Per Hobbes, filosofo e teorico dell'aggressività, è causata dalla rabbia che si attiva di fronte all'umiliazione scatenando un forte desiderio di vendetta. Una teoria che ben si attaglia al femminicidio, in cui il padre di famiglia si sente leso nella sua autostima e non accetta la disconferma data con la richiesta di separazione della compagna. C'è un elemento comune in chi sceglie la strada della morte anche per i figli: l'incapacità a disinvestire da un progetto di vita che si è dimostrato fallimentare. Quando la vita non va nel verso che si sperava, quando non si riescono a realizzare aspirazioni e obiettivi personali, si cerca un capro espiatorio su cui riversare la disillusione e la rabbia pur di non adeguarsi alla realtà.

Accettare e guardare avanti, avere il coraggio di ricominciare quando si avverte che si è a un punto di non ritorno è l'unica via possibile per superare la sofferenza. Se il dolore cristallizza, se si rifiutano le vie d'uscita, si cerca qualcuno cui far pagare il conto. Sopravvive in queste menti l'idea di aver diritto a un risarcimento: vita per vita, occhio per occhio, dente per dente.