Se il fuoco spegne l'ultima scintilla della Sicilia

Se non ci fosse stato Fiorello su Twitter con un hashtag #messinabrucia e una diretta su Facebook, dopo 48 ore in cui la Sicilia andava in fiamme ancora sarebbe perdurato un silenzio assordante. Eppure solo il giorno prima Grillo aveva detto: «Prendiamo la Sicilia e nel 2018 vinciamo le lezioni».

Una regione da usare come trampolino di lancio che se va a fuoco nessuno se ne accorge. «Una Sicilia da prendere e lasciare, da usare come un oggetto e non un organismo sociale complesso. Non credo piaccia ai Siciliani esser valutati come cose o alla stregua di una campagna bellica d'altri tempi» ma, sottolinea lo psicoterapeuta siciliano Gianfranco Alessi «siamo abituati alle dominazioni e una affermazione del genere suscita più amaro disincanto che percezioni di onore ferito. Come diceva Tancredi nel Gattopardo di Lampedusa se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi».

Negli ultimi giorni i focolai sono stati 125 e hanno lambito le città da Messina a Trapani. Un'apocalisse che si doveva evitare ma a fuoco spento anche l'isola tornerà alla sua ombra abituale. «Il confine tra isolani e isolati è davvero sottile. L'annosa questione meridionale permane perché da un lato il sud è negato dal resto d'Italia che lo esclude dalla memoria come si fa con un ricordo doloroso, dall'altra i cittadini che vivono il rifiuto e non vedono nello stato un riferimento sicuro se ne distaccano negandolo a loro volta, così si stabilisce una frattura insanabile» dice Alessi.

L'Italia è lunga e stretta e per questo come aveva presagito Napoleone non sarebbe diventata una nazione unitaria. Per sentire la cittadinanza servono più motivazioni: la vicinanza, la somiglianza e l'interdipendenza con gli altri, gli italiani. «I siciliani sono geograficamente distanti da un ipotetico centro, hanno uno stile di vita peculiare e per quanto riguarda l'interdipendenza, cioè la possibilità di soddisfare il proprio bisogno di assimilazione per sentirsi parte di un gruppo che si convalida opinioni, comportamenti e percezioni hanno storicamente vissuto delle difficoltà, e la percezione di essere rifiutati ne potrebbe essere una causa» spiega lo psicologo. «Nel rapporto con la madre patria è come se esistesse un lutto non elaborato. Alcuni negano questa perdita raccontandosi di vivere in una sorta di eden naturalistico fra arancini cannoli e cassate, e paradiso culturale: i Greci, Pirandello; in altri opera una forte rabbia, che alcuni sublimano in eccellenti opere sociali, associazioni di volontariato , protezione del territorio, accoglienza e che altri invece agiscono senza nessuna sublimazione utilizzando inaccettabili violenze, di cui la cultura mafiosa potrebbe essere esempio, in altri ancora è presente un palese atteggiamento depressivo rinunciatario: non si può cambiare nulla, l' unica risorsa è la rassegnazione».