Qui in Rai fanno il plebiscito renziano

Il governo non vuole un referendum ma vuole un plebiscito di stampo sudamericano

La data del referendum sulla riforma costituzionale non è stata ancora fissata. Si sa genericamente che il voto si terrà in ottobre. Ma tutti gli esponenti del Pd e dei sostenitori del «si» non fanno scappare un giorno senza proclamare, a beneficio dei media cartacei e televisivi pubblici e privati, la necessità inderogabile di approvare le modifiche costituzionali volute dal governo.

La campagna referendaria è quindi già partita anche se non si conosce il momento in cui terminerà. E ad aprirla con grande furbizia è stato lo stesso presidente del Consiglio Matteo Renzi, seguito a ruota da Maria Elena Boschi e da tutti i renziani di prima fila, per monopolizzare tutti i mezzi di comunicazione in attesa che la data referendaria venga fissata e, a termini di legge, si proceda con la par condicio nei 45 giorni che la precederanno. L'iniziativa di Renzi non contrasta in alcun modo le norme che regolano la celebrazione del referendum. Ma costituisce una stortura inaccettabile della democrazia repubblicana. Che subirà una modifica delle sue regole di fondo, quelle costituzionali, dopo che il governo ha trasformato quello che avrebbe dovuto essere un dibattito tra opinioni diverse in un monologo plebiscitario a propria favore.

Come nelle repubbliche sudamericane dei tempi di Castro, Chavez, Peron. Il vulnus democratico è evidente. E per cercare di correggerlo, almeno per quanto riguarda la Rai, dove ricopro l'incarico di consigliere di amministrazione, ho sollecitato insieme a Giancarlo Mazzuca e Carlo Freccero la commissione parlamentare di Vigilanza a prendere atto della eccezionalità della posta in palio del prossimo referendum, cioè la Costituzione, e anticipare, se non un regolamento, almeno un indirizzo di equilibrio mediatico sul servizio pubblico tra le ragioni del «si» e quelle del «no». La risposta che abbiamo ricevuto è stata di natura burocratica. Alcuni esponenti della Vigilanza appartenenti al Pd hanno respinto la sollecitazione sostenendo che la Commissione può ricevere solo una richiesta votata dalla maggioranza del Cda Rai e non la sollecitazione di pochi consiglieri (ma nel Cda Rai la maggioranza dei consiglieri è espressa dal Pd e non può permettersi di mettersi di traverso a Renzi). E che la legge, comunque, non prevede anticipi di norme di par condicio prima dei 45 giorni canonici.

La risposta burocratica ha chiuso la vicenda sul piano formale ma l'ha spalancata sul terreno politico. Perché ha dimostrato in maniera inoppugnabile che il governo non vuole un referendum ma vuole un plebiscito di stampo sudamericano. Sul modello di quelli, per intenderci, che sono alla base delle derive autoritarie e delle avventure personalistiche. Per questo, a dispetto di chi invita i Consiglieri Rai di opposizione a gettare la spugna, rimango al mio posto. Che non garantisce denaro e potere ma consente di denunciare costantemente il rischio di vedere trasformata la Rai nella Eiar del nuovo regime.