Rai spenta per legge elettorale E tutti i poteri passano al cda

La scelta del dg in attesa del patto, veto del M5s su Orfeo. Il consiglio assume le deleghe: la Maggioni al comando

La sede della Rai in viale Mazzini

Altro che «fuori i partiti dalla Rai», come prometteva Matteo Renzi appena arrivato a Palazzo Chigi. Dopo due anni (e una riforma) di gestione renziana, la Rai si ritrova arenata sulla scelta del nuovo direttore generale perché si attende l'accordo sulla legge elettorale. Cosa c'entra mai la decisione sul manager a cui affidare la Rai, col sistema di voto per le prossime elezioni? In effetti, due vicende che dovrebbero essere indipendenti tra loro. E invece una è legata all'altra, perché si tratta di capire chi sta con chi, quali sono le alleanze trasversali in Parlamento, e quindi chi può avere potere di parola e di veto sulla nomina del direttore generale di Viale Mazzini. Esempio pratico con l'ultimo nome salito nelle quotazioni del toto-dg, Mario Orfeo, direttore del Tg1, molto sponsorizzato dal Pd renziano (in particolare dalla Boschi, tornata influente sulle nomine governative), gradito anche da Forza Italia ma osteggiato dai Cinque Stelle. In altre fasi politiche il veto del M5s sarebbe stato indifferente, ma il movimento di Grillo al momento è ancora uno dei contraenti del patto sul Tedeschellum, a rischio di impallinatura dei franchi tiratori alla Camera. E la Rai è talmente legata alla politica che se il patto a tre sulla legge elettorale resta in piedi, il governo Pd non potrà nominare un dg Rai palesemente sgradito al M5s («Orfeo? Siamo alla pazzia, deve essere uno super partes» ha bocciato il grillino Fico, presidente della Vigilanza Rai). Se invece l'accordo salta, basterà un nome condiviso da Pd e azzurri per risolvere il rebus Rai, come appunto il direttore del Tg1.

Ecco perché si prende ancora tempo dopo l'addio di Campo Dall'Orto, che già da due giorni ha fatto gli scatoloni e salutato i dipendenti con una lettera («Ho lasciato una Rai più forte e più libera»). L'ufficio è vuoto, e potrebbe restarlo più a lungo del previsto. Un cda è convocato per domattina alle 10, le ipotesi sono due. La più improbabile è che nelle prossime ore esca dal cilindro di Palazzo Chigi un nome e che il cda possa votarlo, per chiudere la pratica e affrontare i dossier sul campo (i tetti agli stipendi, i palinsesti autunnali, il piano news dell'azienda, il contratto di servizio) con un nuovo comandante in campo. La più concreta, invece, è che non ci sia un nome e che l'interim della direzione generale - funzione che prevede ampi poteri da amministratore delegato - vada al consiglio di amministrazione stesso, magari con deleghe diverse ai consiglieri o ad un gruppo ristretto di loro, con un ruolo primario per la presidente Monica Maggioni, molto attiva per prendere in mano il piano news. C'è anche un precedente, quando nel 2006 l'allora dg Alfredo Meocci venne dichiarato incompatibile, fu il cda ad assumerne i poteri per circa due mesi, con delega per la firma dei provvedimenti al presidente Rai. Anche con una gestione collegiale ad interim «l'azienda andrà avanti secondo scadenze già definite» - fanno sapere fonti Rai -, specie sul fronte dei contratti e degli ordini. In attesa che Palazzo Chigi trovi la quadra sul nome, settimana prossima. Oltre ad Orfeo (la cui nomina aprirebbe la casella del Tg1, e in pole c'è Andrea Montanari, direttore del Giornale Radio Rai, che verrebbe a sua volta sostituito con Gennaro Sangiuliano vicedirettore del Tg1) ci sono i tre interni già in corsa: Paolo Del Brocco, Nicola Claudio e Luciano Flussi. Sembra invece esclusa la candidatura di Giovanni Minoli, nonostante l'endorsement pubblico del renziano Anzaldi, mentre è ritenuta una provocazione quella del consigliere Carlo Freccero, che porterà in consiglio la proposta di Alessandro Baricco (già simpatizzante renziano) come dg Rai.