Rajoy li snobba: "Messinscena". Ma i catalani: pronti ai ricorsi

Il muro contro muro è anche verbale. Gli scontri nelle strade della Catalogna si replicano nelle dichiarazioni dei leader politici di Barcellona e di Madrid, che raccontano due rappresentazioni diverse e incompatibili della stessa vicenda.

Così Carles Puigdemont, il presidente del governo autonomo catalano che ieri ha vissuto il «grande giorno» di una consultazione popolare fortemente voluta, grida alla «violenza irresponsabile e ingiustificata» e sottolinea che lo Stato spagnolo si è macchiato commettendola «di una vergogna che accompagnerà sempre la sua immagine». In serata aggiunge che la Catalogna «si è guadagnata il diritto all'indipendenza». Il suo governo già annuncia ricorsi contro Madrid.

Tutt'altro spartito suona il premier spagnolo Mariano Rajoy, che fin dall'inizio ha negato ogni patente di validità all'iniziativa referendaria degli indipendentisti. Per Rajoy ieri in Catalogna «si è celebrata una farsa» alla quale «la maggioranza dei catalani non ha partecipato». Il progetto dei secessionisti «è fallito» di fronte «alla fermezza dello Stato di diritto», che ha reagito «al grave attacco alla legalità rispettando la legge e la Costituzione». Il premier spagnolo respinge dunque l'accusa di aver organizzato una repressione della volontà popolare catalana, e rivendica il ruolo di difensore dei diritti dell'intero popolo della Spagna, ringraziando la polizia per il suo impegno. Già oggi convocherà le forze politiche parlamentari «per un dialogo sincero nei confini della legge e della democrazia». Quanto alle autorità di Barcellona, Rajoy si aspetta «che adesso rinuncino e non continuino nell'errore».

Invito che ovviamente non sarà raccolto da Puigdemont e dai suoi. Anche il sindaco di Barcellona Ada Colau, esponente del partito populista Podemos, si schiera contro Madrid: ha definito il premier «un codardo che ha inondato Barcellona di polizia, ma la nostra città non ha paura».